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Non ci siamo separati mai: gli struffoli di Gelsomina

«Ma tipo, no, quando uno ama due persone, com’è che si fa, per dire? Come fa l’amore, si distribuisce da solo?»
«Nel nostro cuore abbiamo spazio per mille tipi di amori, e sì, quello si distribuisce da solo».
Sono sola sul treno mentre ci scambiamo queste parole che illuminano lo schermo del mio telefonino. Fuori è buio, il treno lo inghiotte la notte. Mi allontano da una città che ho sempre amato follemente. Mancavo da Napoli da qualche anno, ritrovarla è stato magico. Mi sento un pochino più sola adesso, perché lascio dietro di me gli Amici che amo, ma questa nostalgia tra qualche giorno passerà, per lasciare spazio al rumore che fanno i ricordi e alla gratitudine che sento per la mia fortuna sfacciata di avere Amici come loro.
Chiudo gli occhi, non accendo nemmeno la musica. Lo sferragliare delle rotaie quasi scompare, mentre dentro di me fanno rumore le risate a crepapelle, fanno rumore i pasti condivisi alla stessa tavola, mani che si accarezzavano, guance che si facevano baciare. Fa rumore la generosità con cui sono stata accolta, nemmeno fossi una regina e le porte che si sono spalancate e che mi hanno fatta sentire a casa. Fa rumore la musica che abbiamo ascoltato in ogni angolo di città, il sole che ci abbagliava gli occhi, il coro delle nostre 6 mani ad impastare insieme. Fa rumore quel terremoto che noi tre non abbiamo sentito: troppo presi da altro.
Fanno rumore i nostri occhi su quella foto, sembra che parlino. Fa rumore in testa e nel cuore quel saluto sul vagone del treno, con la promessa di rivedersi presto.
Ci sono molti modi di sentirsi a casa. La casa è dove è il nostro cuore, anche solo un pezzo di esso. E un pezzo del mio cuore è da loro.

Con loro.
Per loro.

«I veri amici sono quelli che si scambiano reciprocamente fiducia, 
sogni e pensieri, virtù, gioie e dolori, 
sempre liberi di separarsi, senza separarsi mai»

                                                                                                            A. Bougeard 



© Michela De Filio










Gli struffoli sono un dolce natalizio tipico della tradizione campana. Sotto le festività ogni pasticceria che si rispetti fa sfoggio di questi colorati e allegri vassoi in vetrina. 
Questo è uno degli impasti che abbiamo realizzato insieme, con Gelsomina e Gé, durante il mio soggiorno a Napoli.
Gelsomina ci ha insegnato un metodo alternativo per la formatura: invece di fare il classico salsicciotto, la pasta viene stesa con il mattarello e poi tagliata orizzontalmente e verticalmente, formando un reticolo di dadini. Comodo, veloce, e gli struffoli, che si gonfiano in cottura, sono davvero graziosi.
Qui nelle foto (scattate con il cellulare, scusate) vedete anche dei cestini di frolla…ci siamo divertiti ad agghindarli un pò. 
Grazie Gelsomina, è stata dura far arrivare gli struffoli sani e salvi a Roma, senza sterminarli in treno 😀

Ingredienti:
1 uovo
20 g di
burro
20 g di
zucchero
1 pizzico
di lievito per dolci
1 pizzico
di sale
Zeste di
mezza arancia a mezzo limone
1 cucchiaio
di grappa
Farina
quanto basta
Per
Decorare

Miele con
zucchero (la proporzione è 3 cucchiai di zucchero ogni 500 g di miele)
Codette e
zuccherini colorati
Ciliegie
candite
Procedimento:

Create una
piccola fontana di farina e all’interno rompeteci un uovo
Aggiungete
burro, zucchero, sale, lievito, zeste e grappa
Iniziate ad
impastare, inglobando la farina poco per volta.
Vi
fermerete quando l’impasto risulterà sodo, ma non duro. Dovrà essere un impasto
modellabile con le mani.
Quando
avrete intuito che la consistenza è giusta, continuerete a lavorare l’impasto
senza farina, quel tanto che basta per avere un impasto liscio.
Arrotondatelo
e avvolgetelo nella pellicola, facendolo riposare circa 30 minuti a temperatura ambiente, per far perdere elasticità all’impasto in modo che quando verrà stesso non tornerà indietro.
Trascorso
il riposo, spolverate un piano da lavoro con poca farina e stendete l’impasto
con il mattarello, dell’altezza di circa 5-6 mm.
Con l’aiuto
di una spatola di metallo o con una rotella per pizza, create tante piccole
fettuccine verticalmente.
Ora
tagliate sempre della stessa misura, orizzontalmente, in modo da creare tanti
piccoli quadrucci, che a mano a mano disporrete su un vassoio.
Friggete il
olio bollente fino a doratura.
Fateli
raffreddare, intanto preparate la miscela di miele a zucchero, sciogliendo
tutto il una padella per pochi istanti.
Mettete gli
struffoli nella padella e girate con una paletta di legno, in modo da distribuire bene il miele.
Mettete gli
struffoli su un piatto da portata e decorate con gli zuccherini e le ciliegie
candite.


Burro chiarificato e i veri viaggiatori

Il burro chiarificato l’avevo sentito nominare, ma non mi ero mai interessata per sapere cosa esattamente fosse, finché non mi è servito per una ricetta. Ho pensato che potevo farmelo da sola, come avevo fatto il burro salato 🙂
Così mi sono documentata qua e là nel web e ho scoperto che era anche facile. 
Il burro chiarificato è un burro privato della parte di acqua e caseina. Con questa particolarità, si presta bene alle alte temperature, quindi ideale per friggere, ma anche per esser sciolto in una pietanza o per fare delle creme spalmabili.

Ingredienti:

Burro (io home made, ma senza sale)

Procedimento:

Sciogliete il burro a bagno maria senza mai mescolare o toccare.
Lasciatelo sciogliere fino a che sul fondo del pentolino si depositerà il bianco del residuo di caseina e il liquido sopra sarà piuttosto trasparente.
Il mio ha impiegato 15 minuti.
Se sale a galla una schiumetta bianca, eliminatela con un cucchiaio.

La foto non rende bene, ma voi vedrete che 
la separazione sarà molto netta

Preparate un vasetto in vetro perfettamente pulito, con sopra un colino e una garza sterile.
Filtrate piano piano il burro sciolto, avendo cura che nel colino finisca solo la parte trasparente.
Quando arriverete al fondo e vi accorgerete che la parte bianca sta venendo giù, fermatevi.
Mettete il vasetto in un ammollo di acqua fredda in modo che freddi il prima possibile. 
Una volta raggiunta la temperatura ambiente, ponete a solidificare in frigorifero.

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E ora….un piccolo video con i miei scatti di Stoccolma.
Una meravigliosa città che consiglio a tutti di visitare 🙂
Enjoy!

“Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: 
cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, 

dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perchè. 
I loro desideri hanno le forme delle nuvole.”
                           Charles Baudelaire


Fish & Chips

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Ci sono viaggi – come certe altre situazioni – in cui tutto va bene. Tutto si incastra perfettamente, le cose sono  consequenziali e si legano in modo fluido tra loro. Devo dire che questo è il profilo di molti miei viaggi, nonostante quelli degli ultimi anni siano stati viaggi complessi. Anche quando sono stati complessi, posso dire che tutto è filato liscio. Non è andata così con Londra. L’ho sentito dentro di me dal primo giorno, che non sarebbe stato un viaggio soltanto difficile, ma storto. E la mia sensibilità non mi ha tradita. Tutto ci è andato storto. O quasi tutto. 
Dalla pioggia che ci è caduta addosso per due giorni e che mi faceva tornare in albergo con i jeans zuppi fino al ginocchio, alla chiusura di due linee della metropolitana, per poi passare alla chiusura al pubblico di Westminster Abbey nel giorno in cui avevamo programmato di vederla noi, il freddo nelle ossa, una città sì molto bella, ma che ci è apparsa grigia come il nostro umore. L’impossibilità di fotografare. Non ho mai fatto un viaggio con così poche fotografie. 
Ma il massimo l’abbiamo raggiunto al ritorno. Partiamo da Londra per l’aeroporto di Gatwick che nevica e siamo sotto lo zero, un freddo che ci taglia la faccia e tutti i pensieri. A 10 minuti dall’aeroporto, il treno si ferma per un guasto in mezzo al nulla e così restiamo per un’ora e mezza, congelati dal freddo e in preda al panico per paura di perdere l’aereo. Più che una paura, una certezza, dal momento che arriviamo in aeroporto 4 minuti prima del volo, impanicati e smarriti, e il tipo ai controlli pensa bene di bloccare una delle nostre valige. Per niente, per un niente. Dice che deve ripassare sotto i rulli la sacca con i liquidi. inutile spiegargli che il nostro volo sta partendo…come ragionare con un mulo. La facciamo buttare, recuperiamo le nostre cose e Matteo dimentica la sua cinta. Ce ne accorgiamo troppo tardi……siamo costretti a correre fino al gate. Ma quando arriva? la strada sembra interminabile, stringo la valigia, mi pesa, stringo il piumino, un libro tra le mani, non c’è stato tempo di risistemarci. Corriamo, non sento più le gambe, abbiamo paura di affrontare la perdita del volo, vogliamo solo tornarcene a casa. Mentre corriamo vediamo quel numero, il gate 15 ci appare come un miraggio. Una ciurma di ragazzi corre insieme a noi, ci supera, uno coi capelli rasta lunghissimi si sbraccia e urla da lontano a quelli del gate, come a dire “ci siamo pure noi, aspettateci“.
Quando arrivo in prossimità e vedo che le hostess controllano ancora i documenti, lancio un sospiro e mi fermo a riprendere fiato. C’è confusione, mi vogliono imbarcare la valigia, poi il tipo mi perde di vista e io me la filo. Riusciamo a tornare a casa ancora con qualche problema, in particolare i miei forti disturbi alle orecchie (pensavo me le sarei giocate).

Non è stato il viaggio perfetto e Londra, seppur bella, non è la città dei miei sogni. Però, passato il trauma del momento, guardo alle cose belle. E diciamo che le cose che salvo e che porterò nel mio cuore per sempre sono due, su tutte.

La prima è il concerto più bello che ho visto in tutta la mia vita. Ve ne avevo parlato qui, di quanto attendevo questo evento dei Sigur Ròs alla Brixton Academy. Non li avevo mai visti dal vivo. Matteo me lo diceva, con fare di chi la sa lunga, vedrai vedrai. Io non mi aspettavo nulla, volevo solo vederli. Non eravamo in una buona posizione visiva e per giunta non mi hanno fatto entrare con la reflex (peccato!), ma quello a cui ho assistito mi ha devastata. E’ stata una delle emozioni più forti della mia vita, la bellezza di quando l’arte incontra l’uomo. Non sapevo più dov’ero e chi ero, Londra non era nulla per me, non eravamo più lì. Ero trasportata in una dimensione nuova, a me sconosciuta. Ero diventata una cosa sola con la musica e con le immagini: i controluce delle violiniste, le immagini che scorrevano su un grande schermo alle loro spalle, il cantante che suonava come se stesse facendo l’amore con gli strumenti, le luci studiate e accurate…tutto ha contribuito ad alimentare le mie emozioni, a farmi avere la certezza che questi ragazzi volessero non solo darci buona musica, ma farci bere la loro arte, e anche oggi a distanza di giorni, mentre ne scrivo ho brividi in ogni punto del corpo. E’ stata una scarica emotiva e adrenalinica infinita, immensa, spettacolare. Li ho amati, li ho adorati.
Quando il concerto è finito eravamo tutti in piedi ad applaudire, non finiva ancora l’emozione, era troppo grande. Il botta e risposta tra me e Matteo è stato questo:
Prenota subito pure i concerti di Ferrara e di Roma – ho detto categorica.
Te l’avevo detto! – mi ha risposto tutto tronfio 😀

E poi c’è la seconda cosa che salvo: le risate a crepapelle che ci siamo fatti io e Matteo nonostante tutto. La nostra capacità di riprenderci dai primi due giorni di sconforto, la nostra capacità di ridere dei disastri. Abbiamo riso, riso a crepapelle. Riso in mezzo alla strada, con le lacrime agli occhi e il vento gelido che ci tagliava ma non ci scoraggiava. Le abbiamo sparate a ripetizione, senza sosta, in barba alla nostra sfortuna. Mi sentivo stanca per il tanto ridere, ma più lo ero e più ridevo ancora…siamo stati capaci di ridere sul treno bloccato, mentre mangiavamo, mentre bevevamo. Siamo stati capaci di ridere a star male per una cupcake troppo zuccherata, davanti a un monumento chiuso, per la mia valigia esuberante (ma come t’è uscita Matté? :D). Non so quante cazzate abbiamo sparato, quante ne abbiamo dette, senza pudori e senza freni, ma so che quelle risate sono la cosa più preziosa di questo viaggio, che mi fanno ancora ridere di gusto mentre da sola scrivo questo post e ascolto la nostra musica, nella calma surreale della mia stanza, intanto che fuori piove ancora.

Con questa canzone ho conosciuto i Sigur Ròs 
“Vaka, untitled #1”
…dal vivo è intensa e sublime…

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Fish & Chips è uno street food originale dell’Inghilterra. Quello che abbiamo mangiato noi faceva schifo – tanto per aggiungere una nota storta 😀
Meglio quelli che mi sono rifatta da sola oggi. Ho fatto un mix di ricette prese dal web, a naso mio, e senza dosi. Risultato ottimo. Almeno questi sapevano di pesce!
Lo sapete che non amo friggere…io non friggo mai, a meno che non sia necessario. Non solo per la puzza e per la salute, ma proprio per un fatto di gusto. I fritti non mi attraggono. Ma questi vanno fritti per forza…io una prova l’ho fatta, però le cose in pastella non vanno bene con questo tipo di cottura. 

Ingredienti per due:

2 filetti di merluzzo
Farina 0
Farina di grano duro o fioretto
Sale
1 cucchiaio di olio extra vergine
Birra
2 o 3 patate

Olio di semi per friggere

Procedimento:

                                                    da qui si parte

In pescheria fatevi dare dei filetti di merluzzo belli alti
Lavateli e tagliateli a striscioline. Asciugateli bene.
Pulite due patate, fatele a bastoncini e lasciatele in acqua e sale
In un piatto unite uguale quantità di farina bianca e farina di grano duro
Aggiungete un pizzico di sale e un pò di birra, girando con la forchetta.
La pastella dovrà essere molto densa, regolatevi a occhio
Ora mettete l’olio per friggere in padella e fate andare a temperatura (l’olio sarà pronto quando appoggiando un goccio di pastella, inizierà subito a sfrigolare
Intanto passate il pesce nella pastella e quindi friggetelo riponendolo su carta assorbente.
Asciugate le patatine e friggetele nello stesso olio 
Impiattate tutto insieme e il gioco è fatto 😉

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Per chi vuole stare ancora un pò, vi offro un piccolo racconto per immagini 

Questa l’ho scattata per la mia amica Elle…lei sa :’)
Nuove prospettive, St. Paul Cathedral
Senza titolo – parla da sola
bellezze sfrontate al maestoso British Museum
Brixton Academy la sera del concerto
Altre prospettive sulle rive del Tamigi

La fortuna sfacciata di poter vedere la mostra di Lichtenstein 
alla Tate Modern Gallery
L’emozione che possono dare immagini mute, 
alla Tate Modern Gallery
L’emozione fatta immagini e musica.
La magia di una serata eterna.
(Questo è per voi, Sandra e Tamara:
voi due siete come quei fili di grano che si 
muovono sullo schermo a metà video!)
-Perdonatemi se l’audio è osceno-

come sa essere silenziosa la neve

– The end – 

Questo è il nostro tempo: Hummus di ceci

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“Hi guys! What do you think about a dinner for next Sunday? I can’t wait to see you again!! Pls say YES!”
A big YES for me! I miss you. Last time that i saw you was 6 months ago..it’s too time!” mi ha risposto Iman
Oh my dear, i miss you so much… i think about you alot! Sure, yes…it would be great to meet again” subito dopo ha risposto Anahita.

Amici. Amici. Amici pochi, ma quelli giusti. Quelli che ti scelgono, che fanno tutto loro. Arrivano nella tua vita, ti amano, e non sai perché. Non so come accade, ma mi sembra sempre un meraviglioso miracolo quando mi sento amata. Una cosa che non do per scontata, ecco. 
Anahita la prima volta che la vedo è dentro la prima casa condivisa . Il primo giorno che entro, lei fuori dalla sua stanza, un pò timida, prova a chiedermi “Ma che ore sono, non capisco!“. La sera prima era cambiata l’ora legale e lei non capiva. Ha provato a chiedermelo a modo suo: una Iraniana da poco trasferita in Italia, ancora spaesata e che non parla la mia lingua, ma solo l’inglese. 
Le rispondo, le spiego la faccenda dell’ora avanti-l’ora indietro, e così iniziamo, così parte la nostra pellicola. Ciak, si gira. L’amicizia che ha cambiato parte della mia vita. 
Solo due mesi in casa insieme, con orari diversi, abitudini diverse, una lingua diversa. Eppure una sera ci troviamo alla stessa tavola a mangiare, e timidamente iniziamo a parlare. Timidezza che dura tre secondi, perché in un attimo ci troviamo a parlare delle similitudini dei nostri Paesi, così diversi eppure così simili. Ci interrompiamo, ci sovrapponiamo per troppa fretta di parlarci. Se non ci viene in mente come dire una parola, ne inventiamo un’altra, ma giuro troviamo il modo di capirci. 
Sarebbe così bello fare un viaggio in Iran insieme, la buttiamo lì. Quelle cose che si dicono e in cuor tuo pensi di non poter realizzare…nel frattempo si fa qualcosa insieme, la porto a casa dei miei per un giorno di festa. Dai miei gli amici si accolgono come persone di casa. Mio padre riesce a farla ridere anche senza parlare l’inglese (solo lui può farlo). Poi lei poco dopo se ne va, si trasferisce in un’altra zona della città. Salutarsi è difficile. E’ gennaio appena nato, fa freddo ed è buio. L’accompagno all’autobus con la sua valigia troppo grande. Parliamo distraendoci dal freddo e dalla tristezza. Quando vedo l’autobus mi si appannano gli occhi. Come facciamo in cinque secondi ad abbracciarci come se fosse un’ora? Non lo so. Ma so che dopo, dal vetro, lei mi fa segno di non piangere, passandosi l’indice in verticale sotto l’occhio. 
Ma il nostro film non è finito. 
Un anno dopo sto aspettando con ansia il visto dall’ambasciata, a febbraio si parte. Il visto tarda ad arrivare, mi innervosisco, ho paura di non partire. Telefono, sbraito, non mi riconosco. Poi improvvisamente il visto arriva, e solo lì tutto mi sembra vero. Adesso ho paura di partire. Solo adesso ho paura. Ma partiamo. Anahita è in ritardo, prende tutto con comodo…arriviamo all’imbarco che la signorina ci vede correre da lontano, ci guarda notevolmente infastidita e quasi grida “De Filio e Sepheri?” SIIII “Stanno aspettando voi per partire, sbrigatevi” ci dice linciandoci con lo sguardo (se avesse potuto c’avrebbe prese a schiaffi, ne sono certa). Corriamo, corriamo, siamo sopra. Ci chiudono i portelli alle spalle, adesso non si torna indietro. Un viaggio traversata con scalo a Istanbul di notte (ancora la mia Istanbul, ancora una volta…un giorno vi racconterò). Ci buttiamo su delle sedie, guardando fuori da infinite vetrate: nevica. Nevica forte. Quando saliamo in aereo di nuovo, qualcuno con un automezzo viene a buttare una schiuma sulle ali per togliere la neve. Buio e neve. Buio e neve. Si decolla. Ore piene, frenesia. Finché, quasi l’alba, vediamo una città sconfinata brillarci sotto i piedi, e Anahita urla, caccia un lamento felice e straziante di chi si ricongiunge alla sua terra dopo tanta attesa. Grida “So, this is Tehran! This is Tehran Miché!” eccitata, contenta, ansiosa, sveglia tutti. Non si contiene, non la contieni. Mi veste col velo, mi chiede di starle sempre vicino. Corriamo dentro l’aeroporto, devo star dietro alla sua foga di uscire. Siamo due ragazze improbabili che corrono con una valigia dietro. Siamo la nostra storia che prende forma.
Tutto il resto è storia. La storia di un viaggio che mi ha cambiato la vita e la storia di tutte le amicizie che ho stretto che non potrò mai dimenticare. E Iman, un dolce ragazzo che fa il volo di rientro con me. Anahita rimane ancora un mese. Mi consegna ad un tassista in piena notte e mi spedisce in aeroporto che dista un’ora da casa sua.  Sono sola in un Paese lontano, sono sola eppure non mi sento sola. Ho tutto con me. Ho pensieri da mettere in ordine, una valigia già piena di ricordi, il cuore che batte un ritmo doppio. Il tassista mi scorta in aeroporto e mi lascia nel punto dove mi prenderà Iman, che volerà con me, che si addormenterà sulla mia spalla in un viaggio infinito e stancante che io trascorro vigile con la musica nelle orecchie. Non dormo da oltre 24 ore, ma non cedo. A Fiumicino sembro una profuga. Non so più chi sono.
E poi qui a Roma le cene insieme per ritrovarci, per condividere la tavola. Non riesco ad aspettarli in casa, gli corro incontro sulle scale, ci abbracciamo stretti come viene, con quella fretta di ricongiungimento che ci da solo l’amore.
Mi raccontano di come sia difficile vivere lontani dal proprio Paese, di come si debba combattere con una sensazione di solitudine ogni giorno. “Nella tua casa mi sento come a casa mia, dimentico per un pò la mia solitudine“, mi dice Iman, non sapendo che mi sta facendo il più bello dei complimenti. Ma poi c’è lo spazio per le risate, per la politica, per la vita vissuta. Pur con la difficoltà della lingua, io e questi ragazzi riusciamo a dire le stesse cose in coro, i nostri pensieri vanno nella stessa direzione. Ritrovarci è un dono meraviglioso, sembra di non esserci salutati mai. Ogni volta faccio assaggiar loro qualcosa di nuovo preparato con le mie mani, come hanno fatto loro con me in Iran. E’ un piacere cucinare per questi ragazzi che assaggiano e mangiano tutto.
Mentre impiatto la pasta, stavolta, Anahita aspetta ch’io le passi il piatto per aiutarmi, dice qualcosa in persiano ad Iman e io come sempre la sgrido, chiedendole di tradurre quando si dicono qualcosa tra loro. “Tutto quello che fai è bello, raffinato“. Usa la parola با سلیقه, che si legge Ba Saligheh, elegante appunto…e poi stiamo tre ore con loro che mi insegnano a pronunciare la gh come la pronunciano loro e ridiamo come matti. Anahita è l’unica persona al mondo che conosco che ride più forte di me, ogni tanto devo dirle di fare piano ché mi fa cacciare dal palazzo 😀
Quando ci salutiamo, Ana mi ferma, mi dice devo dirti delle cose prima di andare. E inizia ad elencare. La prima che mi dice è che io sono la sua casa, e che nel suo cuore ho un posto riservato molto speciale
Iman mi ringrazia infinite volte, non la smette più di dire grazie. Ce li ho entrambi davanti, allungo le mani e accarezzo le loro guance in un gesto involontario, dico “This is our time, questo è il nostro tempo. Dobbiamo prenderlo finché ce n’è, perché non ne avremo un altro“.

Enjoy Iran – le mie fotografie

Ingredienti:

Ceci secchi
Olio
Sale
Rosmarino
Aglio
Semi di sesamo

Procedimento:

Le sera prima risciacquate i ceci e metteteli in ammollo
Il giorno dopo scolate i ceci e metteteli a bollire in abbondante acqua per circa 2 ore, legando in una retina del rosmarino e dell’aglio per dare aroma.
Dopo la cottura dei ceci, scaldate in una padellina dell’olio extra vergine e dell’aglio. 
In un’altra padellina tostate semi di sesamo a piacimento
Togliete l’aglio dall’olio, quindi unite l’olio ai ceci e frullate tutto
Salate, unite i semi di sesamo tostati e il gioco è fatto!


Havij Polo..e il racconto del mio viaggio in Iran

AVVISO PER I NAVIGANTI:
QUESTO POST E’ SFACCIATAMENTE LUNGO, 
ASTENERSI FRETTOLOSI
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La mancanza non la senti subito, nell’immediato. O almeno, di solito quando mi deve mancare qualcosa o qualcuno, mi inizia a mancare prima che me ne debba separare. Con l’Iran non è stato così, mi è iniziato a mancare quando già ero a casa. Una forte sensazione di nostalgia e tristezza, per la gente, prima, per i posti ed il cibo, dopo. Il viaggio più strano e più difficile della mia vita, perchè per la prima volta sono partita senza amici italiani, ma con una persona del posto. Il primo giorno di forte spaesamento, ospite in una famiglia che non parla la mia lingua e che ha senz’altro abitudini molto differenti dalle mie. Quasi me ne vorrei tornare a casa….e invece resto. E inizia così la mia avventura in Iran, un Paese dalle mille meraviglie, e dalle mille contraddizioni, violentato dalla dittatura dell’Ayatollah Khomeini e dall’invasione araba che ha imposto l’Islam. 
Qualche giorno a Tehran e poi in viaggio verso sud: la bellissima Shiraz, il maestoso sito di Persepolis, il gioiello in mezzo al nulla di Pasargad….nulla mi ha fermato, nemmeno il mio forte raffreddore e la mia febbre dovuta agli allucinanti sbalzi di temperatura, così forti che forse nel mio Paese mi avrebbero spedita dritta dritta all’ospedale, ma sono in Iran, nel viaggio che ho progettato per mesi e niente mi può mettere realmente k.o.! In viaggio in taxi tra Shiraz e Pasargad, l’autista – che è un ragazzo forse della mia età – mi racconta di essere stato a Louvre una volta e di aver pianto davanti alle tante cose portate via dall’Iran, da Persepolis. Mi dice “Ero così triste, così arrabbiato! Piangevo e mi dicevo ‘Perchè queste meraviglie del mio paese devono essere qui?? Perchè?!?’……ma poi mi sono detto ‘Oh…no, è meglio che stiano qui, almeno sono al sicuro‘”. Mentre lui parla, sento i brividi sulle braccia…non so come spiegarlo, ma sento, percepisco, il vero dolore di questo ragazzo, che mi racconta poi la storia del vino di Shiraz e mi racconta i problemi del vivere in un Paese con la dittatura. Mi dice “per quanti problemi tu possa avere in Italia, se almeno qualcosa non ti sta bene puoi dirlo! qui se dimostri di essere contro il regime, vieni impiccato. Nessuno di noi ha possibilità di scegliere nulla. L’unica scelta è quella di andare via”. Ci porta a vedere la tomba di Ciro il Grande, a Pasargad, un imponente monumento in mezzo al nulla….intorno solo terreno secco e montagne rocciose. Assolutamente suggestivo. Poi arriviamo a Persepolis e mentre lui aspetta che visitiamo il sito archeologico, ci compra le patatine e l’acqua perchè sa che abbiamo fame e sete. Ma in Iran è normale….ti accorgi subito, stando a contatto con la gente, di quali gesti siano capaci. Provo a spiegarlo ogni volta, e mi sento inadeguata…non è solo il fatto di essere ospitali e gentili, è proprio questione di ATTENZIONE che rivolgono agli stranieri. Ho conosciuto moltissime persone, ragazzi e ragazze, persone adulte….e non ce n’è una, e dico una, che non abbia fatto qualcosa per me: mentre salivamo a piedi sui sentieri della montagna di Darband, circondati dal ghiaccio e dalla neve, io ero visibilmente infreddolita e provata per la febbre avuta la notte prima. Una ragazza mi ha ceduto le sue catene da neve per le scarpe, per farmi essere più sicura, e non mi ha mai mollato un momento. Un ragazzo mi ha ceduto la sua giacca….inultile dirgli che non volevo che avesse freddo per colpa mia….non c’è stato verso di restituirgliela. E poi vicino al ciglio del sentiero mille chioschi con mille prelibatezze; a turno, tutti mi hanno preso qualcosa: un frutto secco, delle fave cotte coperte di spezie, un chay (the)…se per caso mi scivolava la sciarpa, c’era sempre qualcuno pronto a tirarla su… L’albergatore di Shiraz, quando ha saputo che cercavamo un dolce del posto, ha spedito un ragazzo a comprarlo per noi, di tasca sua. Detto così forse sembra niente, però vi garantisco che la generosità di questo popolo lascia sbigottiti. 
Certo, io ho potuto vedere l’Iran da una posizione privilegiata, perchè ho vissuto a stretto contatto con la gente, ascoltandoli parlare nella loro lingua, ho visto e fatto cose che in un viaggio da sola non avrei mai potuto fare. Intanto, ho imparato le basi della conversazione in farsi, cosa che agli Iraniani piace da matti! Ogni giorno ho assaggiato prodotti e piatti tipici, consigliata dai vari amici conosciuti in viaggio. E poi la meraviglia è stata che ognuna delle persone incontrate mi ha raccontato un pezzo di storia, ha aggiunto valore alle cose che vedevo. Perché per i viaggi, soprattutto i viaggi come questi, la mia idea è che si debba partire con un minimo di preparazione storica, senza la quale potremmo perdere dei dettagli importanti, ma se poi sei a contatto con la gente del posto, allora tutto diventa reale, tutto può essere toccato con mano, e vi garantisco, non c’è niente di più bello. 
Ad Esfahan, che è la città più bella che ho visto, siamo state ospiti di un ragazzo, Iman, che sta studiando a Roma e che ha volato con me al rientro. La sua famiglia mi ha accolta come una regina: appena entrata, il padre immediatamente mi ha detto “La mia casa è la tua casa”. Dopo tutto il giorno in giro, ci ritroviamo a casa, tra ragazzi, a fumare narghilè e uno di loro mi insegna il rito sul passaggio dello stesso da una mano all’altra. La mamma di Iman ci prepara una cena d’onore da mille e una notte apparecchiata su un delizioso tappeto persiano; il padre mi regala un bellissimo vaso di rame mentre io divento rossa di imbarazzo e non so come dire che non posso accettare. Tra le tante cose riportate dall’Iran, questo vaso è la cosa più cara e più preziosa che stringo a me con tantissimo affetto. Non potrò mai dimenticare questa meravigliosa e difficile esperienza, per tutta la vita. 
Kheili mamnun, Iran. 

La ricetta che vi presento oggi, ovviamente, è Persiana. Havvij significa carota, Polo significa riso. Un piatto unico, considerando che c’è tutto. Io ho seguito questa ricetta, saltando il passaggio della cottura del riso a parte, perché a mio avviso la cottura con il pollo è sufficiente. Enjoy Iran!

Ingredienti (per 4 persone):

200 gr di riso
3 carote
4 sovracosce di pollo
1 cipolla
4 foglie di alloro
1 bustina di zafferano
1 cucchiaio di curcuma
Olio e Sale

Procedimento: 

1) Ho messo il riso in ammollo con un cucchiaino di sale, per 1 ora.
2) Ho tagliato la carota e l’ho fatta andare in una padella con un cucchiaio di olio, diciamo 5 minuti.
3) Ho fatto cuocere il pollo (nel mio caso un solo pezzo visto che cucinavo solo per me) con 4 dita d’acqua, l’alloro, il sale e la curcuma (niente olio! lo userete dopo), per circa 30 minuti
4, 5, 6) Ho sciolto lo zafferano in un bicchiere di acqua bollente. Ora, io avevo dello zafferano comprato in turchia, più grezzo, quindi ne ho usato di più…a voi basterà 1 bustina.
7) In una pentola pulita, ho messo un paio di cucchiai d’olio, la cipolla, e ci ho adagiato sopra il pollo. Ho coperto con il riso mischiato alle carote. Ho aggiunto l’acqua con lo zafferano, il sale e ho lasciato cuocere con il coperchio per circa 20 minuti.

CON QUESTO POST PARTECIPO AL CONTEST
“LE RICETTE DEL RIENTRO”