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Havij Polo..e il racconto del mio viaggio in Iran

AVVISO PER I NAVIGANTI:
QUESTO POST E’ SFACCIATAMENTE LUNGO, 
ASTENERSI FRETTOLOSI
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La mancanza non la senti subito, nell’immediato. O almeno, di solito quando mi deve mancare qualcosa o qualcuno, mi inizia a mancare prima che me ne debba separare. Con l’Iran non è stato così, mi è iniziato a mancare quando già ero a casa. Una forte sensazione di nostalgia e tristezza, per la gente, prima, per i posti ed il cibo, dopo. Il viaggio più strano e più difficile della mia vita, perchè per la prima volta sono partita senza amici italiani, ma con una persona del posto. Il primo giorno di forte spaesamento, ospite in una famiglia che non parla la mia lingua e che ha senz’altro abitudini molto differenti dalle mie. Quasi me ne vorrei tornare a casa….e invece resto. E inizia così la mia avventura in Iran, un Paese dalle mille meraviglie, e dalle mille contraddizioni, violentato dalla dittatura dell’Ayatollah Khomeini e dall’invasione araba che ha imposto l’Islam. 
Qualche giorno a Tehran e poi in viaggio verso sud: la bellissima Shiraz, il maestoso sito di Persepolis, il gioiello in mezzo al nulla di Pasargad….nulla mi ha fermato, nemmeno il mio forte raffreddore e la mia febbre dovuta agli allucinanti sbalzi di temperatura, così forti che forse nel mio Paese mi avrebbero spedita dritta dritta all’ospedale, ma sono in Iran, nel viaggio che ho progettato per mesi e niente mi può mettere realmente k.o.! In viaggio in taxi tra Shiraz e Pasargad, l’autista – che è un ragazzo forse della mia età – mi racconta di essere stato a Louvre una volta e di aver pianto davanti alle tante cose portate via dall’Iran, da Persepolis. Mi dice “Ero così triste, così arrabbiato! Piangevo e mi dicevo ‘Perchè queste meraviglie del mio paese devono essere qui?? Perchè?!?’……ma poi mi sono detto ‘Oh…no, è meglio che stiano qui, almeno sono al sicuro‘”. Mentre lui parla, sento i brividi sulle braccia…non so come spiegarlo, ma sento, percepisco, il vero dolore di questo ragazzo, che mi racconta poi la storia del vino di Shiraz e mi racconta i problemi del vivere in un Paese con la dittatura. Mi dice “per quanti problemi tu possa avere in Italia, se almeno qualcosa non ti sta bene puoi dirlo! qui se dimostri di essere contro il regime, vieni impiccato. Nessuno di noi ha possibilità di scegliere nulla. L’unica scelta è quella di andare via”. Ci porta a vedere la tomba di Ciro il Grande, a Pasargad, un imponente monumento in mezzo al nulla….intorno solo terreno secco e montagne rocciose. Assolutamente suggestivo. Poi arriviamo a Persepolis e mentre lui aspetta che visitiamo il sito archeologico, ci compra le patatine e l’acqua perchè sa che abbiamo fame e sete. Ma in Iran è normale….ti accorgi subito, stando a contatto con la gente, di quali gesti siano capaci. Provo a spiegarlo ogni volta, e mi sento inadeguata…non è solo il fatto di essere ospitali e gentili, è proprio questione di ATTENZIONE che rivolgono agli stranieri. Ho conosciuto moltissime persone, ragazzi e ragazze, persone adulte….e non ce n’è una, e dico una, che non abbia fatto qualcosa per me: mentre salivamo a piedi sui sentieri della montagna di Darband, circondati dal ghiaccio e dalla neve, io ero visibilmente infreddolita e provata per la febbre avuta la notte prima. Una ragazza mi ha ceduto le sue catene da neve per le scarpe, per farmi essere più sicura, e non mi ha mai mollato un momento. Un ragazzo mi ha ceduto la sua giacca….inultile dirgli che non volevo che avesse freddo per colpa mia….non c’è stato verso di restituirgliela. E poi vicino al ciglio del sentiero mille chioschi con mille prelibatezze; a turno, tutti mi hanno preso qualcosa: un frutto secco, delle fave cotte coperte di spezie, un chay (the)…se per caso mi scivolava la sciarpa, c’era sempre qualcuno pronto a tirarla su… L’albergatore di Shiraz, quando ha saputo che cercavamo un dolce del posto, ha spedito un ragazzo a comprarlo per noi, di tasca sua. Detto così forse sembra niente, però vi garantisco che la generosità di questo popolo lascia sbigottiti. 
Certo, io ho potuto vedere l’Iran da una posizione privilegiata, perchè ho vissuto a stretto contatto con la gente, ascoltandoli parlare nella loro lingua, ho visto e fatto cose che in un viaggio da sola non avrei mai potuto fare. Intanto, ho imparato le basi della conversazione in farsi, cosa che agli Iraniani piace da matti! Ogni giorno ho assaggiato prodotti e piatti tipici, consigliata dai vari amici conosciuti in viaggio. E poi la meraviglia è stata che ognuna delle persone incontrate mi ha raccontato un pezzo di storia, ha aggiunto valore alle cose che vedevo. Perché per i viaggi, soprattutto i viaggi come questi, la mia idea è che si debba partire con un minimo di preparazione storica, senza la quale potremmo perdere dei dettagli importanti, ma se poi sei a contatto con la gente del posto, allora tutto diventa reale, tutto può essere toccato con mano, e vi garantisco, non c’è niente di più bello. 
Ad Esfahan, che è la città più bella che ho visto, siamo state ospiti di un ragazzo, Iman, che sta studiando a Roma e che ha volato con me al rientro. La sua famiglia mi ha accolta come una regina: appena entrata, il padre immediatamente mi ha detto “La mia casa è la tua casa”. Dopo tutto il giorno in giro, ci ritroviamo a casa, tra ragazzi, a fumare narghilè e uno di loro mi insegna il rito sul passaggio dello stesso da una mano all’altra. La mamma di Iman ci prepara una cena d’onore da mille e una notte apparecchiata su un delizioso tappeto persiano; il padre mi regala un bellissimo vaso di rame mentre io divento rossa di imbarazzo e non so come dire che non posso accettare. Tra le tante cose riportate dall’Iran, questo vaso è la cosa più cara e più preziosa che stringo a me con tantissimo affetto. Non potrò mai dimenticare questa meravigliosa e difficile esperienza, per tutta la vita. 
Kheili mamnun, Iran. 

La ricetta che vi presento oggi, ovviamente, è Persiana. Havvij significa carota, Polo significa riso. Un piatto unico, considerando che c’è tutto. Io ho seguito questa ricetta, saltando il passaggio della cottura del riso a parte, perché a mio avviso la cottura con il pollo è sufficiente. Enjoy Iran!

Ingredienti (per 4 persone):

200 gr di riso
3 carote
4 sovracosce di pollo
1 cipolla
4 foglie di alloro
1 bustina di zafferano
1 cucchiaio di curcuma
Olio e Sale

Procedimento: 

1) Ho messo il riso in ammollo con un cucchiaino di sale, per 1 ora.
2) Ho tagliato la carota e l’ho fatta andare in una padella con un cucchiaio di olio, diciamo 5 minuti.
3) Ho fatto cuocere il pollo (nel mio caso un solo pezzo visto che cucinavo solo per me) con 4 dita d’acqua, l’alloro, il sale e la curcuma (niente olio! lo userete dopo), per circa 30 minuti
4, 5, 6) Ho sciolto lo zafferano in un bicchiere di acqua bollente. Ora, io avevo dello zafferano comprato in turchia, più grezzo, quindi ne ho usato di più…a voi basterà 1 bustina.
7) In una pentola pulita, ho messo un paio di cucchiai d’olio, la cipolla, e ci ho adagiato sopra il pollo. Ho coperto con il riso mischiato alle carote. Ho aggiunto l’acqua con lo zafferano, il sale e ho lasciato cuocere con il coperchio per circa 20 minuti.

CON QUESTO POST PARTECIPO AL CONTEST
“LE RICETTE DEL RIENTRO” 


Ricette amiche#4: Polpette veloci di Alice ed Ellen


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Ah! Che soddisfazione che provo oggi….a presentarvi la ricetta di due amiche per me troppo gajarde e toste…le mie amiche di Pane Amore e Celiachia, due personcine davvero adorabili che si divertono a commentare a destra e manca con lo stesso account, quindi bisogna stare sempre attenti a chi firma…qualche volta vi capiterà Ellen e qualche volta vi capiterà Alice…fatta eccezione quando vi capiterà di ricevere commenti da entrambe, perché Alice proprio non ce la fa a non dire la sua (e io amo questa sua caratteristica) 😀
Alice è una mamma coi tacchi (come farà?), estrosa e curiosa, mamma di baby-scalatore e piccolo-urlatore, cioè i suoi due angeli biondi.
Ellen delle due è quella più tranquilla, ma meglio non farla mai arrabbiare sul serio! Lei è mamma di baby-ballerina di cui io sono segretamente fan (resterà un segreto, vero?) e tutte e due condividono il fatto di essere celiache, e per questo si danno ai cibi fashion.
Alice dice che tra le due, lei è quella normale..ma insomma, boh….tutto da dimostrare 😀
Queste due ragazze gestiscono il blog a distanza: avete capito bene! Una abita a nord (Alice) e l’altra abita a sud (Ellen), epperò ogni tanto riescono ad incontrarsi per l’aperitivo 😀
Resta un mistero come facciano a gestirlo a distanza visto che io non mi so gestire nemmeno da sola, pur abitando io stessa nella mia medesima casa :’D …ma loro sono mamme e saranno più organizzate di me. Tzé.
Non so se sono io che non sono normale, ma rido, rido, rido sempre come una pazza, qualsiasi cosa raccontano: che sia un buffet in vacanza, che sia l’organizzazione della cartella, io me la rido sempre 😀
A loro dedico il mio post per la rubrica Ricette Amiche, e vi invito a visitare il loro simpaticissimo blog 🙂

Bacini senza glutine!

Ingredienti:

1 confezione di carne Simmenthal grande
2 uova 
2 mozzarelle 
3 fette di pane in cassetta 
pane garttugiato
1 spicchio d’aglio (io aglio in polvere)
Prezzemolo (io non l’avevo e ho usato il basilico)
Sale e Pepe 

Procedimento:


Ho tagliato a cubetti molto piccoli la mozzarella e sbriciolato il pane in cassetta. Li ho messi entrambi in una ciotola ed ho aggiunto la Simmenthal, schiacciandola con la forchetta.
Ho aggiunto le uova, il sale, il pepe, il prezzemolo basilico tritato e l’aglio in polvere, mischiando tutto per bene. Ho formato delle polpette e le ho passate nel pan grattato.

Ora, le polpette andrebbero fritte, io invece le ho fatte in forno. Non perché sono brava (se, figuriamoci!), ma solo perché non potevo disturbare l’olfatto fine della mia coinquilina. In ogni caso li proverò quando sarò sola, perché le polpette in eccesso le ho congelate per averle pronte, per quelle sere in cui proprio non ce la fò a cucinare.

Non vi sembro terribilmente geniale?? 😀 ahahahahahha. Ok, basta, mi ritiro 😀


Patate Hasselback

Stasera avevo a cena la mia adorata cognatina, con mio fratello e quella piccola peste della mia nipotina. Volevo fare qualcosa di speciale, ma volevo anche esser sicura che fosse di loro gusto. Nelle tante ricette viste in rete in questi giorni, mi avevano colpito le Patate Hasselback, che secondo me si sposano bene anche con i gusti dei più tradizionalisti (tranne mio padre, ma lui vabbé, è un caso a parte). Io ho seguito la ricetta di Martina, aggiungendo una spennellata di burro.

Ingredienti (per 4 persone) :

4 patate delle stesse dimensioni
Pan grattato (io ho usato il mio pan grattato aromatico)
Erba cipollina
Prezzemolo
Olio
Sale
Pepe
Poco burro (se piace)

Procedimento: 

Sbucciate le patate, tagliate una fetta alla base in modo che restino ferme sul piano da lavoro, mettetele in acqua fredda.

A parte preparate una ciotola con l’olio, l’erba cipollina, il prezzemolo, il sale, il pepe,  e il pan grattato. Mescolate il tutto.

Ora prendete una patata, asciugatela, e ponetela su un tagliere. Dovrete tagliarla in verticale a fettine molto sottili, senza arrivare però alla base, in modo da formare una sorta di fisarmonica. Ripetete l’operazione per tutte le patate.
Io ho usato in coltello molto affilato ed è stato più veloce di quanto pensassi.

Iniziate quindi a spennellare le patate con il composto precedentemente preparato, avendo cura di mandare il condimento in ogni fessura. Così:

Mettete le patate in una teglia foderata con carta forno e cuocetele in forno a 180° per circa 50 minuti (il tempo dipende anche dal vostro forno, le patate dovranno essere dorate).

In aggiunta, io ho spennellato del burro sulla superficie, più o meno a metà cottura.