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Panissimo e il pane di tutti i giorni a 4 mani


Questo post è dedicato 
alla mia Mamma e alla mia Nonna,
tutt’e due edera sul cuore mio

Qualche sera fa mio cugino mi ha scritto che con tutto questo parlare di pane, gli ho fatto ricordare mia Nonna, quando noi eravamo piccoli e lei faceva il pane nel forno a legna vicino al nostro casale in campagna. 
Mia Nonna e mia Mamma negli anni ’80 si alzavano in piena notte per impastare il pane. Mi ricordo la matra di legno dove veniva impastato, e mi ricordo l’atmosfera della sera prima che era diversa da quella delle “solite sere”. Il pane lievitava e di giorno era tutta una festa. Per noi bambini lo era. Il pane veniva messo nel forno a legna con la pala e se ne cuocevano svariate pagnotte, insieme a delle pizze e a delle focacce. Erano i tempi in cui tutto profumava di buono, le famiglie facevano rumore, noi bambini crescevamo liberi nelle campagne….come dice mio cugino, eravamo liberi di rientrare anche tardi e le chiavi erano ancora attaccate alla porta. Non c’erano ancora recinti ai nostri terreni. Era una vita diversa, una vita che non può tornare. Le Donne erano la vera forza della casa….oggi mi chiedo come facevano mia Mamma e mia Nonna a non apparire mai stanche…eppure non si fermavano mai. 
Io ero felice. 
Oggi quel forno non esiste più perché è stato smantellato. Abbiamo messo i recinti e insieme a loro anche delle involontarie barriere. Mia Nonna non c’è più, e mia Mamma mi appare più stanca ogni volta che la vedo, anche se non si ferma mai lo stesso. L’abbraccio stretta a me e mi ricordo ogni volta di tutte le cose che mi ha tramandato, lei insieme alla Nonna. Loro sono il mio patrimonio inestimabile, loro sono il mio focolare e la mia casa, anche se mia Nonna è mancata troppo presto nella mia vita.

Si amavano, mia Nonna e mia Mamma. Niente di strano, se non fosse che non erano madre e figlia, ma suocera e nuora.  

E’ grazie a loro se oggi ho un amore grande, fedele e tenace, che stringo a me gelosamente. L’amore per il Pane, che riempie i miei pensieri e i miei intenti, che mi ha portata a leggere e studiare molto, nonché a panificare come una forsennata da un anno a questa parte. 
Fare il pane non è un gesto fine a sé stesso, ma è il rimarcare la storia e i sentimenti che mi hanno avvicinata ad esso. Per questo ogni panificazione per me è un atto d’amore.

© Michela De Filio

Per tutte le ragioni, implicite ed esplicite, riportate qui sopra,  sono commossa e felice di ospitare l’edizione di Novembre di Panissimo, raccolta mensile che unisce panificatori di tutto il mondo, creato da Barbara di Bread & Companatico e Sandra di Indovina chi viene a cena? .
Per participare:

Scrivete un post su un prodotto da forno di qualsiasi tipo a condizione che sia fatto con del lievito commerciale (lievito di birra fresco o secco) o naturale (pasta madre o altro tipo di fermento) oppure, ma solo in caso di pani azzimi, senza lievito.
Aggiungete il link del post alla lista che trovate in fondo a questo annuncio. Importante: il modulo chiede l’url del post, il nome (titolo) del post e il vostro indirizzo email. Quest’ultimo non viene pubblicato. Potete aggiungere fino a quattro post, tutti pubblicati nel mese di Novembre.
Il post deve includere un link a questo post e anche ai blog delle creatrici dell’evento: Bread & Companatico (Barbara) e Indovina chi viene a cena? (Sandra).

Ulteriori dettagli potete trovarli in questo post.

Panissimo ora ha una pagina e un gruppo in Facebook.

Il tema del mese è facoltativo: 
Farine speciali e antiche

preparate il vostro prodotto da forno utilizzando delle farine speciali (come castagne, ceci, ecc.) e/o delle farine antiche (come spelt, kamut, enkir, ecc.) e/o delle farine alternative (come sorgo, riso, ecc.) per partecipare alla competizione amichevole connessa all’evento. L’azienda Mulino Marino, un mulino a conduzione familiare piemontese, offre delle farine bio di sua produzione come premio per due fortunati partecipanti al tema “farine speciali e antiche” che continua fino alla fine di Novembre. (Ripeto, questa parte è facoltativa.)
Infine, Panissimo è gemellato con un event polacco grazie alla collaborazione con Wisla e la suavetrina di pani. Fatele una visita e, se volete, mandatele il vostro post.
Pubblicherò il riepilogo dell’evento all’inizio di Dicembre.
Per qualsiasi informazione potete scrivere a me (defilio.michela@gmail.com) oppure alle organizzatrici dell’evento ( panissimoblog@gmail.com ). Se incontrate problemi nell’aggiungere il vostro link alla lista, lasciatemi un commento a questo post oppure scrivetemi via mail. 

For all this reasons, implicit and explicit, show above, i’m moved and happy to host the November edition of Panissimo, the monthly bread-baking event that is the brainchild of Barbara of Bread & Companatico and Sandra of Indovina chi viene a cena? 
To participate: 

Write a post on a baked good of any type, provided it is based on yeast, commercial (fresh or instant yeast) or natural (sourdough or other ferment), or only in the case of flatbreads or other special unleavened breads, even without yeast. 
Link to the post at the bottom of this announcement. Important: the form asks you for the URL of the post, the name (title) of the post and your email. The latter won’t be published, but it’s there for me to contact you, if necessary. You can link to up to four posts published within the month of November. 
In your post, include a link to this announcement and also to the blogs of the event’s creators: Bread & Companatico (Barbara) and Indovina chi viene a cena? (Sandra). 

Additional details are in this post
Panissimo now has its own page and group on Facebook

The theme of the month is optional:
Special and Ancient Flours 
Bake your baked good using some special flour (like chestnut, chickpea, etc.) and/or some ancient flour (like einkorn, spelt, etc.) and/or some alternative flour (like sorghum, rice, etc.) and you will participate in the friendly competion attached to the event. Mulino Marino, an Italian family-owned mill, has kindly agreed to offer a sample of their organic flours to reward two lucky bread bakers partecipating in the theme of “special and ancient flours” that will be ongoing until the end of  November. (Again, this is optional.) 
Finally, Panissimo has a twin Polish group, thanks to the collaboration with Wisla and her bread showcase (I recommend you stop by and send your bread(s) there too).

I will publish a roundup of the contributions in early November.

If you have any question, you can contact me (defilio.michela@gmail.com) or the event’s organizers (panissimoblog@gmail.com). If you encounter problems while adding your link to the list, leave me a comment on this post or write to me. 

Per celebrare questa occasione speciale mi sembrava carino presentarvi quello che mia Mamma prepara tutte le settimane e che comunemente chiamiamo in casa “il pane di tutti i giorni”. Questo che vedete lo abbiamo fatto a 4 mani io e lei.
E’ il pane che fa lei ogni settimana, di quelli che si fanno a occhi chiusi, un pò a memoria.
E’ un pane squisito spezzato sempre leggermente con una farina speciale, in questo caso parliamo di farina di orzo. Un pane che viene impastato la sera intorno alle 22, con 1 solo cucchiaio di lievito madre su 1.3 kg di farina, e poi formato al mattino, quindi cotto.
Crosta croccante, colore ambrato, digeribile, buono.

E’ il pane che tutti i giorni è sulla tavola a casa dei miei genitori.

Ingredienti
1 kg di farina 00 
300 gr farina di orzo 
1 litro di acqua 
1 cucchiaio di lievito madre 
26 gr di sale 
1 cucchiaino di malto (facoltativo)
2 cucchiai di olio extra vergine
Procedimento:

La sera intorno alle 22 sciogliete il lievito madre in una parte di acqua. 
Aggiungete la farina, il malto e l’acqua.
Azionate la planetaria alla minima velocità per idratare bene tutta la farina, per circa 7/8 minuti.
Aggiungete l’olio a filo e aumentate un pochino la velocità fino ad incordare. 
Aggiungete il sale e lasciate assorbire, quindi rovesciate l’impasto su un piano infarinato.
Arrotondate l’impasto e mettetelo a lievitare in una ciotola capiente, chiudendo con pellicola (bene se usate direttamente la ciotola della planetaria pulita, perché è alta e stretta e migliora la spinta del lievito verso l’alto).
Lasciate lievitare tutta la notte. 
Al mattino preparate tre stampi tipo plum cake o pane in cassetta, con dentro ognuno un panno di cotone bianco.
Formate 3 filoncini e poneteli ognuno dentro uno stampo
Prendete i lembi dei panni di cotone e richiudeteli a fazzoletto sopra il pane. 
Coprite ulteriormente con altro panno di cotone e lasciate raddoppiare. 
Scaldate il forno a 220°, e quando arriva a temperatura, con molta delicatezza rovesciate i tre filoni su una placca da forno e infornate subito. 
Portate a cottura e poi fate freddare su una gratella

Nota bene: il pane è molto idratato e tenderà ad espandersi una volta messo sulla placca forno. Mia madre rimedia a questo con un metodo casalingo: mette tra un pane e l’altro un separé fatto con cartone avvolto da carta forno.


Bavarese nocciola vaniglia e caffe’

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Quest’uomo vestito di bianco, non mi guarda mai in faccia, fissa sempre lo schermo. Chissà se ha disagio dello smarrimento che sono certa di avere negli occhi. E’ giovane, avrà la mia età (un anno di più, scopro dopo). Mi passa quell’odioso gel sulla pelle. E’ freddo, penso.
Spinge con il lettore che saprà vedere il mio cuore. Lo preme, sento malessere. Mi da fastidio tutto in questi giorni. Eppure sopporto come una macchina da guerra. Non guardo ad oggi, penso a domani, a quella curva del sentiero un poco più avanti. Quella che mi interessa svoltare.
Non sento il mio cuore, ma so che batte forte. Dannata timidezza. E sì che Cugia scriveva che le donne timide andrebbero protette come le foche monache. Sono una foca monaca. Perché costui non se ne accorge? Scorre il lettore, chissà cosa legge, dentro il mio cuore. Che ho paura, forse. Che non so dove sto andando, probabile. Che voglio vivere, dannazione. Sono sola, ma penso a tutte le persone che amo. Sono sola, come in tutte le cose super importanti. Non che chi mi ama mi abbia abbandonata, no! Ma non lo so perché, nei crocevia fondamentali della mia esistenza, ho sempre voluto avere un momento di solitudine, anche uno soltanto. Nella solitudine – anche momentanea – prendo coscienza e coraggio. Anche se è difficile da credere. Ma mica sono l’unica pazza che lo pensa. Pasolini in un suo libro scriveva  Io avevo voglia di stare solo, perché soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose. Certo che sto stesa su questo lettino, vorrei piangere, e penso a Pasolini. Forse tanto a posto non ci sto. 
E poi….ecco….e poi sento un colpo. Quasi sobbalzo, come quando sei sovrappensiero e improvvisamente torni alla realtà. Un colpo, poi un altro, e un altro ancora. Pum pum pum. Sembrano colpi in mezzo alla tempesta. La tempesta è un fruscìo. E questo è il mio cuore che batte. E’ il mio cuore che batte!! Il suo eco squarcia il silenzio, sbatte sulle pareti di questo spazio vuoto. E’ il mio cuore che batte!! E io lo ascolto oggi per la prima volta. Non ho mai sentito il mio cuore per davvero, a parte quando mi soffermavo sott’acqua e sentivo quell’eco venirmi dal petto. Ma era un eco, non era questo suono. Questo è il mio cuore dal vivo!
Mentre farfuglio pensieri, quest’uomo vestito di bianco, sposta l’aggeggio al lato del mio seno sinistro. Non sento più il freddo del gel, perché per quel freddo non c’è più spazio. Quando perlustra quel lato, ecco che arriva di nuovo. Un suono angolare, un rintocco di campana lontana, che sbatte alle pareti e mi restituisce il suono del mio cuore preso dal lato. Non avrei mai pensato che il mio cuore potesse avere suoni diversi, e questo laterale mi commuove. Sbatte il mio cuore e rimbomba tra le pareti della mia gabbia toracica, come passi decisi d’un soldato in una caserma vuota. Batte forte, il mio cuore. E io lo conosco oggi per la prima volta. Come se fossi appena nata. 
Mi sveglio a mezzanotte. E’ buio, sono sola. Nel corridoio sento i passi di qualche infermiera, tutto è ovattato. Guardo fuori dalla finestra, luci di città. Penso alla mia vita che sta ricominciando e a chi è andato via. Avevo letto in un libro tanti anni fa, che la vita è fatta di posti che vengono lasciati perché qualcuno li occupi dopo. Come quando scendiamo da un tram e qualcuno prenderà il nostro posto a sedere. Pedine su una scacchiera. Non importa quale sarà la mossa, quella casella la occuperà qualcun altro. Cambiamo posizione con l’avanzare della nostra esistenza, saltiamo da un posto all’altro, fino ad arrivare al capolinea.
Oggi cambio posizione, nasce una nuova vita per me. Prendo il posto che qualcun altro ha lasciato per me. 
Piango, finalmente.
Sono viva. 
Mi chiamo Michela e sono nata due volte.

© Michela De Filio

Con queste dosi io ho preparato 14 bicchierini monoporzione + due minitortine da 12 cm di diametro + una torta da 18 cm di diametro. So che sembra tanto, ma visto il lavoro considerevole, vale la pena a mio avviso fare più porzioni in modo che possiate tenerle in freezer per ogni possibile occasione. 
I bicchierini sono facilissimi da fare ed essendo monoporzione potete scegliere di volta in volta quanti scongelarne. Molto pratici 🙂 
Se vi avanza del biscotto, come è successo a me che nei bicchierini non l’ho usato, potete congelare anche questo. Il biscotto si presta bene a molteplici preparazioni: oltre a essere usato infatti come base per torte, potete sbriciolarlo su delle mousse o addirittura unirlo a cubetti nel gelato.

Nessuno vi vieta, ovviamente, di dimezzare le dosi 🙂

Ingredienti:

Per il biscotto

E’ lo stesso della Vivaldi e potete trovarlo qui

Per il bavarese al caffè 

400 gr di panna liquida
100 gr di zucchero
150 ml di latte intero
100 ml di caffè ristretto
2 cucchiaini di caffè solubile
10 gr di colla di pesce
4 tuorli

Idratate la colla di pesce in un velo di acqua 
Montate i tuorli con lo zucchero 
Aggiungete il latte, il caffè ristretto e il caffè solubile 
Mettete sul fuoco e arrivate ad una temperatura circa di 80° (fermatevi prima che arrivi a bollore)
Aggiungete la gelatina e sbattete con una frusta a mano fino a completo scioglimento. 
Lasciate raffreddare. 
Intanto montate la panna. 
Quando la crema inizia a tirare, incorporate delicatamente la panna. 

Per il bavarese alla vaniglia 

400 gr di panna liquida
100 gr di zucchero
250 ml di latte intero
1 bacca di vaniglia
10 gr di colla di pesce
4 tuorli

Portate a bollore il latte con i semi della bacca di vaniglia e con la bacca stessa. 
Spegnete e lasciate in infusione. 
Idratate la colla di pesce in un velo di acqua 
Montate i tuorli con lo zucchero 
Aggiungete il latte da cui avrete eliminato il baccello della vaniglia 
Mettete sul fuoco e arrivate ad una temperatura circa di 80° (fermatevi prima che arrivi a bollore)
Aggiungete la gelatina e sbattete con una frusta a mano fino a completo scioglimento. 
Lasciate raffreddare. 
Intanto montate la panna. 
Quando la crema inizia a tirare, incorporate delicatamente la panna. 

Per il bavarese alla nocciola 

400 gr di panna liquida
100 gr di zucchero
250 ml di latte intero
50 gr di pasta di nocciole pura
10 gr di colla di pesce
4 tuorli

Idratate la colla di pesce in un velo di acqua 
Montate i tuorli con lo zucchero 
Aggiungete il latte e la pasta di nocciole. 
Mettete sul fuoco e arrivate ad una temperatura circa di 80° (fermatevi prima che arrivi a bollore)
Aggiungete la gelatina e sbattete con una frusta a mano fino a completo scioglimento. 
 Lasciate raffreddare. 
Intanto montate la panna. 
Quando la crema inizia a tirare, incorporate delicatamente la panna. 

Ordine dei lavori e montaggio della torta:

Preparate il biscotto.
Con l’anello per il montaggio della torta, ricavate il disco di biscotto e lasciatelo da parte.
Preparate l’anello di acciaio appoggiandolo su un vassoio piatto ricoperto di carta forno o carta acetata.
Preparate il bavarese al caffè e colate il primo strato nell’anello, quindi mettete in freezer a solidificare.
Preparate il bavarese alla vaniglia, prendete l’anello dal freezer e fate altro strato con la vaniglia.
Rimettete in freezer e intanto preparate il bavarese alla nocciola.
Fate ultimo strato di bavarese alla nocciola, quindi coprite con il disco di biscotto.
Congelate.
Qualche ora prima di servire, capovolgete la torta su un piatto da portata in modo che il biscotto rimanga alla base e lasciate il dolce in frigo, fino al momento di servirlo.

Grazie dal profondo del mio cuore a tutti coloro che mi hanno
scritto un messaggio, una mail, telefonato.
A tutti coloro che mi hanno pensato.
A chi mi ha aspettato.
Ma più di tutti grazie a Chiara, Amica impagabile, 
dolce compagna di cammino, 
la sorella che non ho mai avuto, 
per avere rinunciato al suo tempo e al suo lavoro
pur di stare in pianta stabile al mio fianco.

Non lo dimenticherò mai.

Spaghetti alla chitarra zebrati con sugo di triglia

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E’ notte, mentre vi scrivo, e c’è il silenzio giusto per mettere in ordine i pensieri, o almeno per provarci. Quello di oggi sarà un post speciale, se non altro perché chiude un capitolo della mia vita e mi permetterà poi, dopo di qui, di ripartire da un capitolo nuovo.

I cambiamenti fanno parte della nostra esistenza. Ciclicamente si presentano, anche per metterci alla prova. Ma soprattutto per aprire nuove strade. Perché molto spesso anche i cambiamenti che ci spaventano e di cui faremmo a meno, o peggio, quelle cose che ci piovono addosso senza la possibilità di scegliere, possono essere invece la chiave di volta per cambiare direzione.

Ma, sebbene questo potrebbe essere un post giusto per mettere nero su bianco nuovi propositi, o per fare bilanci sulla mia vita, non è questo quello che mi interessa adesso.

Ciò che mi interessa invece oggi è spendere due parole per i miei lettori. Sono buffa vero? Ma è proprio a voi che penso mentre prendo una piccolissima pausa da questo spazio. Ripenso ai mesi passati, a tutte le volte in cui mi sono chiesta a chi potesse interessare leggere di me, dei miei esperimenti, ma anche delle mie esperienze di vita, delle mie riflessioni.

Eppure….eppure tutte le volte in cui mi sono chiesta a chi potesse interessare, succedeva subito dopo di avere un cenno da voi, lettori speciali che tornano, si siedono, leggono. E partecipano, ognuno a proprio modo. Scrivono e tornano a leggere. Si interessano a me, in modo sincero. Il mio blog in un certo senso funge da solo da filtro…come dico spesso: non solo ingredienti, ma anche lettori di qualità! Questo è un eccellente traguardo.

In breve tempo ho fatto mia la filosofia “se anche le mie parole fossero desinate ad un singolo, allora vale la pena”.

Non parliamo poi di tutte quelle persone che mi hanno fatta sentire come Forrest Gump, quando aveva iniziato a correre da solo per gli Stati Uniti e poi, giorno per giorno, aveva accolto dietro di sé una folla di altri pazzi che correvano con lui, fino a ritrovarsi ad essere uno squadrone. Pazzo lui, pazzi loro. E io mi sono sentita uguale, a correre tra i miei impasti e la mia sete di sapere, e tutti gli amici che ho contagiato e che a loro volta mi riempivano il cellulare di foto di ricette rifatte, o chiedendomi consigli. C’è perfino chi si è messo a creare un lievito madre da zero, quando fino al giorno prima gli faceva schifo impastare. Miracoli che fanno le passioni.
E gli appellativi che mi sono beccata…forse panificatrice folle è quello che mi ha fatto più ridere (non faccio nomi!).

Come potervi dimenticare? Come poter pensare di non dedicarvi tutto quello che ho? Vi regalerei il sole se potessi.

Riconosco che forse chi è rimasto, chi è tornato con regolarità, ha intuito lo spirito vero di questo mio spazio così personale: non insegnare nulla a nessuno, ma condividere donando accoglienza. Non cercare facile visibilità, ma godere di piccoli traguardi. Chissà se è stato così. A me piace pensarlo. E mi piace pensare di avere lasciato qualcosa di bello in ognuno di voi: una parola, una foto, una ricetta. Qualsiasi cosa.

Con questo post vi saluto momentaneamente. Sarà una breve pausa, dalla quale mi auguro di tornare più viva che mai.
Vi lascio il mio abbraccio spettinato.

Abbiate sempre cura di voi stessi e delle persone che amate.

Già l’ho detto in tutte le lingue che amo la pasta fresca. Realizzarla in casa mi da una soddisfazione infinita e non mi pesa: mi piace proprio! E allora invento, provo, sciolgo le briglie della mia fantasia.
 L’attrezzo per gli spaghetti lo cercavo qualche anno fa. Non sapevo dove trovarlo, e alla fine l’ho trovano in un mercato nelle Marche, durante un viaggio. 

E’ un attrezzo che io adoro. Mi piace usarlo, perché mentre lo faccio mi diverto a pizzicare le corde per sentirne il suono. Che magia!
Avevo in mente da molto tempo di fare una pasta con le triglie: un pesce stupendo, molto saporito e inoltre..bello. Adoro i suoi riflessi color arancio. Un giorno le ho trovate in pescheria, e senza averle programmate le ho comprate. Così è nata questa pasta : )

Ingredienti:

Per la pasta

Farina
Uova
Nero di seppia
Acqua

Per il sugo

Triglie
Pomodori rossi da sugo
Olio
Sale
Aglio
Peperoncino
Prezzemolo

Procedimento:

Per prima cosa preparate i due impasti per la pasta: uno con uova e farina, l’altro con nero di seppia e farina (all’occorrenza aggiungete dell’acqua)
Stendete le sfoglie dello spessore che vi piace e lasciatele riposare
Ora predisponete il sugo: in un pentolino portate a bollore dell’acqua
Immergeteci i pomodori, fateli stare pochi secondi e scolateli: li spellerete in un secondo.
Riducete i pomodori a dadini e metteteli in una padella dove avrete fatto soffriggere olio e aglio.
Salate
A parte sfilettate le triglie e fatele a cubetti: prestate attenzione a questa operazione e assicurate di aver tolto tutte le spine (io ho esaminato i cubetti uno ad uno)
In una padellina a parte, soffriggete pochissimo olio e saltateci per due o tre minuti il pesce: dovrà cuocere poco, il tempo che la polpa cambi colore. 
Adesso al sugo leggero di pomodoro, aggiungete il pesce saltato e fate andare un paio di minuti. 
Aggiungete il peperoncino  e del prezzemolo
Ora ricavatevi gli spaghetti con l’apposito attrezzo e cuoceteli in abbondante acqua salata. 
Saltate gli spaghetti nel sugo e impiattate decorando con altro prezzemolo.


Banana bread

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Ma dove l’ho messo l’impermeabile? Vabbé esco senza. Certo diluvia. Mi affaccio. Questa non è pioggia, è acquazzone. Aspetto. Magari smette. E’ luglio perdinci. A quest’ora sarei dovuta essere di rientro. E sì che ho pulito il balcone oggi, e fatto la lavatrice. Proprio oggi deve piovere? Mi vesto: tuta, runner, vabbé metto un giacchetto. Ha smesso, no piove leggero. Sono certa, ora smette. Scendo. Una cuffietta. La seconda. Play. E’ l’imbrunire, quasi. Il cielo è carico di nuvole, ma verso nord apre. E verso nord è dove vado io. La strada è bagnata, l’aria è umidissima, sento più fatica addosso. Ma imbocco il parco ed è deserto. E’ tutto mio. Come mi piace il cielo che si specchia nelle pozzanghere. Respiro a pieni polmoni, devono aver tagliato l’erba ieri. E oggi questo odore di pioggia si unisce all’odore dell’erba tagliata. Perdo gli occhi all’orizzonte. Nessuno. Ci sono io, c’è la natura, e la mia musica. Cammino svelta in salita, respiro. Svuoto la mente, mi riempio gli occhi di cielo. Il vento muove i rami degli alberi, nello stacco tra una canzone e l’altra sento quel suono. Fronde. Foglie. Penso. Penso subito. Che il suono del vento tra gli alberi è tra i più belli che mi sia stato dato in dono di ascoltare. La natura ha un odore bagnato inebriante, son tutti fuggiti per paura della pioggia, ma è bellissimo star qui. Mi sembra che questo posto sia messo qui per me. Io gli appartengo. Mi lancio in una corsa, respiro. Rinizia a piovere. Sento le gocce sulla testa, ma non fuggo. Godo il momento. Questo spazio solo mio. Solo per me. Divento erba, acqua, terra. Finché in lontananza scorgo un puntino. Un altro coraggioso mi corre incontro. Le nostre strade in direzioni opposte. Ci scrutiamo già da lontano. Nascondiamo pensieri l’uno per l’altra, come accade sempre quando ci si incontra in queste occasioni. Lo riconosco, ci troviamo spesso. Non fuggo lo sguardo, lo tengo. Ci sorridiamo. Pochi secondi e siamo via tutti e due dall’orizzonte dell’altro. Cessa la pioggia, ma la musica no. Esco dal parco, sfiaccata ma vitale. Cammino in salita sotto alberi dalle fronde piangenti. Fiori. Fiori ovunque. Ci passo sotto, non sposto la testa. Mi toccano il viso, mi bagnano. Li lascio fare. La musica mi spinge fino a casa, salgo i gradini a due a due, sono davanti alla porta. Mi appoggio allo stipite, improvvisamente stanca. Mente giro la chiave, una goccia mi scivola dal centro della testa, sulla fronte. Si fa strada sull’attaccatura del sopracciglio destro, percorre il solco fin sotto l’occhio. Ma non è una lacrima. E’ la natura che è venuta a farmi il solletico.

                                                                                                Voleva vedermi ridere.

Come se non bastassero tutte le miriadi di cose che ho in mente di fare già da me…ecco, come se non bastassero, ci si mettono pure gli amici a mandarmi foto di cose che poi mi viene voglia di fare. E’ andata così col mio amico  che una sera ha avuto la malsana idea di inviarmi la foto del suo banana bread. In casa avevo tre banane che non avrei più consumato perché non più verdi come piacciono a me. Che faccio, mi tiro indietro? Giammai 😀
Gennà, mandame la ricetta prima de suBBito 😀
Siccome l’amico è pigro, fa la foto alla ricetta scritta e me la manda (amo chi si sa arrangiare :D). 

Ed ecco il nostro banana bread :)))


Ingredienti:

250 gr di farina
1 punta di cucchiaino di lievito per torte salate (non vanigliato!!)
1/2 cucchiaino di bicarbonato
150 gr di zucchero
75 gr di burro
2 uova
2 cucchiai di  latte
2 banane schiacciate (io tre…le dovevo consumà!! 😀 )
1 pizzico di sale

Procedimento:

In una ciotola unite la farina, il bicarbonato, il lievito e il sale.
Mescolate con un cucchiaio e lasciate da parte
In un’altra ciotola unite lo zucchero e il burro a fiocchetti.
Schiacciate prima con una forchetta, poi lavorate con le fruste
Aggiungete il latte, poi le uova, una per volta.
Unite le banane schiacciate
Ora unite le polveri ai liquidi e amalgamate
Imburrate uno stampo da plum cake, versateci il composto 
Infornate in forno preriscaldato a 180°


Un anno di Menta e Rosmarino: Torta Sacher di Paco Torreblanca

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“Una strada che finisce dove inizia. La costruirò in mezzo al niente (..) la farò lunga abbastanza da mettere in fila tutta la mia vita, curva dopo curva, tutto ciò che i miei occhi hanno visto e non hanno dimenticato”
                                                                                                    A. Baricco

Un anno. Un anno è trascorso da quando ho iniziato a costruire la mia strada in mezzo al niente. E chi avrebbe mai potuto anche solo pensare a cosa sarebbe diventato il blog per me. Non avrei potuto perché nessuno sa cosa ci aspetta domani.  
Per me è stato un anno in cui ho iniziato a fare i conti con me stessa. Banale da dire, ma pura verità. E mentre facevo i conti con tutti i miei difetti e le mie paure, il blog è cresciuto con me. Come fosse un figlio, qualcosa di caro di cui prendersi cura. Ma proprio come potrebbe fare un figlio, ci sono state volte in cui mi ha fatto sentire inadeguata. E in più di un’occasione ho pensato di mollare. 
L’altalena emotiva che mi ha sempre caratterizzata, non è guarita. Purtroppo no. L’ho scritto anche nel racconto di me, non sono in grado di vivere, di affrontare i giorni, senza passione. Se non ho qualcosa che mi appassiona con me ogni giorno, io mi sento perduta. Questo mi permette di conoscere sensazioni bellissime, scoprire nuove cose, ma allo stesso tempo è molto dispendioso dal punto di vista emotivo. E succede di cadere. Spesso. Di sbagliare. Ancor di più. E di svuotarmi. Alle volte. 
Questo è un periodo di grandi cambiamenti e si sa, le donne quando mettono mano ai cambiamenti, per prima cosa stravolgono i capelli. Visto che non mi bastava esser spettinata, mi sono fatta riccia. Chissà che succederà ora 🙂
Ringrazio di cuore tutti coloro che in questo anno si sono fermati qui.
Che hanno letto con cura. A volte in silenzio, spesso senza fuochi d’artificio.
Ma anche chi è passato di fretta e ha voluto cambiare strada.
Tutti coloro che mi hanno dedicato un sorriso, una parola, un pochino del loro tempo.
Coloro che mi hanno insegnato qualcosa e anche coloro che mi hanno fatto capire cosa non voglio.
Tutti coloro che hanno avuto voglia di conoscermi un pò meglio, e che sono rimasti qui accanto a me. 
A quelli che hanno saputo leggere sotto la mia corazza, interpretando un silenzio, una sola parola e a volte nemmeno quella.
Alle persone che mi hanno riconosciuta tra queste righe, dentro una fotografia, dentro un oggetto, dentro un piatto.
A quelli che son scappati a gambe levate. 
Gli Amici che mi hanno aiutato a rendere il mio blog un posto migliore e più vicino al mio modo di essere.
A chi è rimasto e a chi è andato via. 
A chi mi ha abbracciata, nei giorni si e nei giorni no.
A chi mi ha amata, nonostante tutto. 
A tutti voi un profondo, sincero, sentito grazie
E l’augurio che la vita possa sorridervi sempre. 
Per sempre.

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Avete voglia di provare una torta buonissima? Anzi no…eccezionale?
Ecco, questa torta lo è.

Il biscotto resta gradevolmente umido e soffice, molto cioccolatoso.
La glassa è perfetta: densa ed intensa.
Il risultato d’insieme è sì una torta ricca di cioccolato,
ma fresca e godibilissima.
Per realizzarla ho utilizzato un cioccolato fondente buonissimo.
La confettura alle albicocche realizzata da mia Mamma: spettacolare.
E tanta, tanta, tantissima voglia di farcela 🙂

La ricetta è tratta dal libro La cocina dulce di Paco Torreblanca
La glassa brillante di Faggiotto  è tratta da questo post della mitica Pinella

Vi occorreranno

Un tremometro da cucina
Un anello per motaggio torte
Carta acetata o carta forno
Sac a poche
+ 700 gr di confettura di albicocche

Biscotto

525 gr di albumi
180 gr di zucchero
150 gr di tuorli
105 gr di burro in pomata
420 gr di cioccolato fondente fuso

Montate a neve albumi e zucchero
Montate i tuorli fino a renderli una spuma gonfia e chiara
Incorporate i tuorli agli albumi
Mescolate il cioccolato fuso al burro in pomata 
Molto delicatamente incorporate il cioccolato alla miscela di albumi e tuorli
Con una sac a poche disponete la crema su teglie foderate di carta forno, altezza di circa 1 cm
Cuocete in forno a 210° per circa 7 minuti
Lasciate freddare

Crema inglese

60 gr di panna
40 gr di latte
50 gr di zucchero
20 gr di tuorli

Scaldate la panna con il latte e metà dello zucchero, fino quasi al bollore
Montate i tuorli con metà dello zucchero
Aggiungete ai tuorli la metà dei liquidi scaldati, mescolando bene
Unite ora la restante parte di liquidi e rimettete sul fuoco portano fino ad 85°.

Mousse al cioccolato

170 gr di crema inglese
110 gr di cioccolato fondente
220 gr di panna montata
1 pizzico di sale maldon (io fior di sale)

Mescolate la crema inglese a 55° con il cioccolato tritato
Quando la miscela arriva a 31° incorporate la panna montata e il sale

Montaggio del dolce e glassatura finale

Lo schema seguito per il montaggio è stato questo

Su un vassoio mettete un foglio di carta forno o carta acetata
Prendete l’anello per torte e ponetelo sul biscotto, facendo pressione e ottenendo un disco
Ripetete per altre due volte, ottenendo quindi tre dischi in tutto
Ora mettere l’anello sulla vassoio e ponete all’interno il primo strato di biscotto
Sul biscotto stendete un velo di confettura all’albicocca (circa 350 gr)
Fate un altro strato di biscotto
Ora strato di mousse 
Altro biscotto
Confettura all’albicocca
Coprite con pellicola e congelate fino a completo indurimento

Glassa al cioccolato di Faggiotto
175 gr di acqua
150 gr di panna
225 gr di zucchero
75 gr di cacao amaro
8 gr di colla di pesce 

Fate idratare la colla di pesce 
In un pentolino unite il cacao, l’acqua, la panna e lo zucchero
Sbattete con la frusta e portate fino a 103°
Togliete dal fuoco e attendete che i gradi scendano a 70
Aggiungete la gelatina amalgamando bene
Attendete che la glassa arrivi a 40°
Ponete il dolce congelato su una gratella con sotto un recipiente e colateci sopra la glassa
La glassa non va ritoccata, la colatura deve essere veloce dal centro verso l’esterno.
Mettete il dolce in frigorifero e lasciatelo rassodare almeno 3 ore prima di servire.

Suggerimenti e constatazioni a lavoro ultimato

Ottenere una glassatura liscia non è facile per chi è alle prime armi. L’ideale sarebbe concludere con uno strato si mousse e non con la confettura, che per quanto potrete essere precisi non sarà mai perfettamente liscia. Paco lo diceva nel suo libro, ma io non gli ho dato retta ed ho sbagliato.               Suggeriva di costruire la torta al contrario, partendo dal fondo con la mousse. Poi alla fine capovolgerla e glassarla. Provate e sicuramente farete meglio. 
Considerate di dover aprire almeno 15 uova per avere tutti quegli albumi. Con i rossi che avanzano, potete pastorizzare e congelare per una futura torta 🙂


Senza separarsi mai: farfalle bicolore alle verdure estive

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Ci sono volte in cui trasformare in parole le emozioni diventa complicato come stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina. Epperò dentro senti il bisogno di farlo, perché inconsciamente pensi che mettere le cose nero su bianco, ti aiuterà a non lasciarle andar via, ad imprimere in qualche modo quelle sensazioni dentro di te, per sempre. Che poi è vero solo in parte. Le cose belle ti restano dentro, comunque. E ogni volta che lo vorrai, potrai andare a bussare alla porta di quel ricordo per sentirti di nuovo felice, come quel giorno, come quella volta. 
Dietro una delle porte dei miei ricordi, ci sono due amici che contro ogni difficoltà, una mattina si infilano in un treno e ti vengono a trovare: per poche ore, ma non importa. Vanno e vengono in giornata, ma per vederti lo fanno. Il minimo che tu possa fare è cercare di accoglierli al meglio. Non saranno amici che vengono a pranzo, ma saranno ospiti d’onore nel tuo umile nido. 
Ecco come una giornata diventa un regalo: chiacchiere libere senza sosta, un pranzo vegetariano, regali da scambiare, segnaposto con messaggi magici. Pani da dividere insieme, farfalle che volano, abbracci stretti come se fossero gli ultimi, messaggi lasciati in barattolo, da chi non si accontenta solo di aprirlo, ma l’annusa pure (profuma di cosa, Gè? Profuma di buono!).
Dediche lasciate riposare nei libri, acqua che straborda dalla farina, adesso la recuperiamo, un piatto blu e un tovagliolo bianco, olive che sanno di cantina (?), passioni da raccontare, melanzane non contaminate da peperoni, bicchieri d’acqua rovesciati, lieviti a cui dar da mangiare, baci che fanno rumore, ma non bastano, “ancora, ancora“. 
E poi, quegli occhi lucidi, dopo
E una porticina dentro, dove per ricordare tutto questo ti basterà fare solo toc toc.

E sarà come essersi separati mai.

Ingredienti:

Per la pasta

Farina
Uova
Concentrato di pomodoro

Per il condimento

Fiori di zucca
Zucchine
Pomodori pachino
Olive nere denocciolate e tagliate a rondelle
Basilico fresco
Peperoncino
Aglio
Olio
Sale

Procedimento:

Preparate due impasti separati: uno uova e farina, l’altro con concentrato di pomodoro e farina. 
Stendete la sfoglia e guardando questo esempio create delle sfoglie bicolore.
Guardando invece questo, formate le farfalline.
Pulite i fiori di zucca e tagliateli a listarelle.
Pulite le zucchine e tagliatele a cubetti.
Lavate i pomodorini e tagliateli a metà.
In una padella fate soffriggere dell’aglio e dell’olio, aggiungete le zucchine a cubetti e un dito di acqua calda, lasciando ammorbidire. 
Quando le zucchine sono quasi morbide, aggiungete i pomodorini e lasciate cuocere  5 minuti. 
Aggiungete basilico fresco, del peperoncino e aggiustate di sale.
Verso la fine aggiungete i fiori di zucca e le olive tagliate a rondelle.
Se è il caso, aggiungete acqua calda: sul fondo della padella dovrà rimanere il sughetto che aiuterà a condire la pasta. 
Lessate la pasta in acqua salata, scolatela e saltatela in padella con il condimento.

“La durata media di un abbraccio tra due persone è di 3 secondi. Ma i ricercatori hanno scoperto qualcosa di fantastico. Quando un abbraccio dura 20 secondi, si produce un effetto terapeutico sul corpo e la mente. La ragione è che un abbraccio sincero produce un ormone chiamato “ossitocina”, noto anche come l’ormone dell’amore. Questa sostanza ha molti benefici sulla nostra salute fisica e mentale, ci aiuta, tra l’altro, a rilassarci, a sentirci al sicuro e calmare le nostre paure e l’ansia. Questo meraviglioso tranquillante è offerto gratuitamente ogni volta che si prende una persona tra le nostre braccia, che si culla un bambino, che si accarezza un cane o un gatto, che si balla con il nostro partner, che ci si avvicina a qualcuno o che si tiene semplicemente un amico per le spalle.” 
Nicole Bordeleau

Di continue sfide e perpetue ambizioni: la ciabatta

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La vita ci offre sempre delle possibilità. Quelle di migliorarci, di imparare, di perfezionarci non avendo mai presunzione di essere arrivati
Vengo da un fine settimana molto impegnativo eppure sento dentro ancora una forza, quella di scrivere questo post. Avrei potuto scriverlo più avanti, senza fretta, ma non voglio aspettare. Perché voglio tentare di trasmettere quello che ho dentro, a voi che leggete oggi e anche a me stessa quando in futuro mi ritroverò a rileggere queste righe. 
Questo week end appena chiuso alle spalle mi ha vista partecipare al corso di Adriano e Paoletta sui lievitati. Due giornate intense, sfiancanti, ricche di nozioni, di spunti, di cose da imparare. Un corso bellissimo e perfettamente organizzato. 
Che i lievitati siano diventati la mia strada, qua l’hanno capito pure i muri. Ormai pure le mie zie mi cercano per il pane. Una in particolare, ormai fa solo pane in casa con una delle mie ricette. E pensate che un giorno due mie zie si incontrano a casa di un nipote, una di loro porta il pane, l’altra subito l’apostrofa: “ma quello è il pane di Michela!” ….come se l’avessi fatto io :))) lei lo aveva semplicemente riconosciuto
Quando ho aperto il blog, a luglio del 2012, non avrei mai potuto immaginare quanto avrebbe segnato la mia vita, le mie giornate, i miei gusti. All’inizio pubblicavo delle cose orribili, e per dire il vero non sapevo nemmeno bene cosa ci stavo a fare qui. Infatti la partenza è stata molto a rilento. 
Poi piano piano il mio blog ha iniziato a somigliarmi. Non lo so quando è successo, non so dire quando è stata la svolta, ma a un certo punto qualcosa è cambiato.
E’ stato così che il blog è diventato la mia personale ricerca: del dettaglio, delle cose che mi piacevano veramente, della qualità sopra ogni cosa. 
E’ difficile da spiegare a parole, ma è come se la componente fortemente selettiva del mio carattere si fosse riversata anche qui. E il mio blog ha iniziato a somigliarmi. Ad essere come me. 
Poi un giorno ho capito che c’era una forte spinta, una energia benevola che mi trascinava verso il mondo della panificazione. Sono quelle cose che nascono così, sono germogli che ci stanno dentro e che un giorno escono alla luce: vivi, vitali, vogliosi di vedere la luce. 
Non bastava però volerlo: bisognava studiare, documentarsi, provare, sbagliare, e poi riprovare ancora. Ammetto, ad onor del vero, di avere una predisposizione naturale. L’apprendimento in questo caso viene più facile. Ma dietro alla predisposizione c’era una grande sete di sapere, di imparare.
E’ stato attraverso questo percorso che ho imparato a capire il lievito, a leggere una ricetta e capirla, a ricercare le farine perfette, a sperimentare. In questi mesi credo di essermi emozionata di più davanti al forno che altrove. E le ore passate a lavorare, spesso all’alba, sono diventate le mie ore preferite. So che agli occhi dei più sembro una pazza, ma quelle ore le conservo dentro di me con grande amore e con una infinita dolcezza. Ho lavorato in silenzio mentre non c’era ancora l’alba, ho fatto pause buttata sul divano in attesa della prossima piega. Stanca? A volte. Ma appassionata, avvinta, spettinata e felice.

A me non basta saper fare il pane, a me interessa saperlo fare bene. A me non basta sentirmi dire brava, a me interessa diventarlo sul serio. E seppure ci sono stati buoni risultati finora, a me interessa che questi possano un giorno divenire eccellenti.

Eccellenti, spettinati e felici. 

“Se ho potuto vedere più lontano degli altri, è perché sono salito sulle spalle dei giganti”

                                                                   Newton


Primavera non bussa…

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“…primavera non bussa lei entra sicura come il fumo lei penetra in ogni fessura, ha le labbra di carne, i capelli di grano, che paura, che voglia che ti prenda per mano..”                                      F. De André

Ieri sono uscita con mia Mamma nella campagna intorno casa dei miei. Io cercavo il profumo dell’erba e qualche foto senza pretese. Lei cercava il favino. Con la scusa, abbiamo raccolto un bouquet variopinto e profumato. In mattinata ha resistito un sole caldo, ci siamo fatte largo in una stesa di erba molto alta e ci siamo avventurate tra fiori e piante a me sconosciute, almeno nei nomi. Piante e fiori che mi ricordano la mia infanzia, ma di cui ignoravo il nome. Mia Mamma, nemmeno a dirlo, le conosceva tutte. Ma stavolta ho preso appunti e vi offro qualche piccolo scatto. Con l’occasione ho scattato anche qualche foto nel giardino di casa, ne ho scelti un paio che riporto in fondo. 
il fiore della pianta di piselli selvatici
borragine con piccola ape
Malva
Cardone
Favino
Rientrando a casa, qualche scatto anche nel terreno dei miei…
Albero di acacia
Bocca di leone
…ed infine..
nascono i miei amati carciofi

Parole come viaggi: Brioches sfogliate

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Sono sempre stata avvolta nella mia mente da un mondo di parole. Tutto quello che pensavo era sotto forma di parole. E’ per questa ragione che ho sempre invidiato chi aveva la capacità di pensare con i numeri.
Tutte quelle persone che a mente fanno calcoli, ma non solo. Tutti quelli che hanno la capacità di guardare il mondo e la realtà di tutti i giorni attraverso i numeri.
Le parole per me sono state un vizio, una dipendenza, un difetto di fabbrica. Uno sciame sempre in movimento in testa. Le inseguivo già da piccola, quando tuffavo il naso nei libri, o quando la sera, al buio nel letto, le parole mi scorrevano inarrestabili e non riuscivo a fermarle. Avevo sempre un pensiero da trattenere mentre il sonno, alla fine, mi vinceva sovrano. 
Parole. Parole tante. Che sono sempre con me, anche oggi, anche quando spesso sto in silenzio. Ce le ho in bocca anche quando non so parlare. Anche quando, di parlare, non ne ho più la voglia. Si fermano in gola, al limite. Da sole magari stringono un nodo. Ma ci sono sempre. 
Le parole sono state viaggi. Appunti su quaderni. Macchie d’inchiostro disordinate. Una parola mi sembrava più bella di un’altra, un suono migliore di un altro. Ho scritto parole su scontrini, strappi di cartone, volantini: ferma al semaforo, seduta e disciplinata durante una fila dal dottore. C’è stato sempre nella mia vita un momento che sfuggiva e io che ne prendevo appunti: una canzone passata alla radio, i versi di una poesia recitata, uno stralcio di un film.

Le parole le ho cercate nella musica più che in ogni altro altrove, dove cercavo di far mie storie vicine e lontane.

Vengo da questa evoluzione, da questo cammino. Vengo da qui. Non è mai vero quando diciamo di non sapere da dove veniamo.

E mi ritrovo così un venerdì sera a fare un viaggio in macchina. In principio penso alla noia, sbuffo al primo stop, poi mi ricordo che ho l’mp3 in borsa. Ci frugo dentro, senza togliere gli occhi dalla strada, metto quei bottoncini nelle orecchie, faccio on e un pò distrattamente inizio ad ascoltare la mia musica. Le luci, la strada, l’eterno movimento. Quella distrazione però dura poco, perché senza rendermene conto, mi ritrovo dentro il viaggio. No, no, non il viaggio che compio sulla strada, ma un viaggio nelle parole. E le parole sono di qualcuno che ha saputo raccontare storie musicandole. Un Uomo che l’ascolti e ti sembra di leggere un libro. Parole come freccette ficcate in un bersaglio.

Un Uomo che ha saputo scrivere cose come

o ancora



Un Uomo che ha saputo mettere in musica lo struggimento dolceamaro in pochi ultimi minuti.

Che raccontava con la sua bellissima voce il suo elogio della solitudine.
Quella voce in cui mi perdevo, da giovanissima. Quella voce che cercavo di ascoltar parlare, più che cantare. Che ancora oggi mi fa fare un doppio salto al cuore, che mi ricorda un pozzo profondo, mi da sensazione addosso come di carta abrasiva e insieme velluto. Voce che vibra.

Penso alla malinconia che mi buca dentro a sapere che grandi Uomini come questo sono irripetibili. Non si duplica un essere umano. Mi viene una tristezza profonda a pensare a quello che avevamo e che oggi non abbiamo più.

Penso a come mi ha raccontato della varietà umana: avvocati, puttane, stolti e blasfemi…uomini e donne intrecciati nelle sue storie come rovi. Ogni canzone è un racconto. Ogni racconto un viaggio.

…E succede con tutti questi pensieri che arrivo improvvisamente a destinazione, la strada per un tempo lungo non è esistita. Il tempo stesso, non è esistito. E penso che peccato, avevo ancora un pensiero da trattenere.

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Ricetta presa dal blog di Adriano

Ingredienti:

500 gr farina di media forza
100 gr latte intero
100 gr acqua
100 gr zucchero semolato
2 uova
50 gr burro
15 gr lievito fresco
10 gr amido di mais
9 gr sale
1 bacca di vaniglia
Zeste grattugiate di 1 arancia e 1 limone
250 gr burro per la sfogliatura

Procedimento:

Sciogliere il burro ed unire la scorza degli agrumi, portando ai primi sfrigolii prima di spegnere
Portare a bollore il latte con la bacca di vaniglia aperta e raschiata. 
Lasciare in infusione fino a che intiepidisce, dopodiché filtrare. 
Riportare il peso a 100 gr, unire l’amido e portare a 67°, mescolando con una frusta. In mancanza del termometro fermate la cottura non appena addensa. Lasciate raffreddare.
Mescolare nella ciotola della planetaria la cremina con metà dell’acqua e gli albumi. 
Unire tanta farina quanto basta per legare l’impasto con la foglia (circa 300 gr), quindi coprire.
Nel frattempo sciogliere il lievito e una puntina di cucchiaino di zucchero nell’acqua rimanente, leggermente intiepidita. Mescolare 50 gr di farina e copriamo.
Quando il lievitino sarà maturato (circa mezz’ora), unitelo all’altra massa con una manciata di farina e lasciate legare a bassa velocità con la foglia.
Unire un tuorlo e la metà dello zucchero e, poco dopo, una manciata di farina per ricompattare l’impasto.
Con il secondo tuorlo unire lo zucchero rimanente ed il sale.
Inserite lentamente il burro aromatizzato, alternandolo con la restante farina.
Montate il gancio e lasciate impastare per qualche minuto
Date all’impasto una forma rettangolare appiattita, coprite con pellicola e trasferite in frigo per un paio d’ore.
Tirate fuori l’impasto dal frigo, stendete con il mattarello in una sfoglia rettangolare alta poco meno di un dito.
Appiattite il burro in un foglio di carta da forno infarinato, arrivando ad una dimensione poco meno della metà della sfoglia.

per praticità chiudete i bordi e modellate con un mattarello

Sistemate poi il burro nella metà inferiore della sfoglia, curando di lasciare un dito di bordo libero; chiudete con l’altra metà e sigillate i bordi esterni.
Stendete in un rettangolo regolare di circa 1cm di spessore, fate delle pieghe a portafoglio. Avvolgete nella pellicola e trasferite in frigo per 45’.
Ripetere l’operazione per altre due volte.
Stendere la pasta ad uno spessore di circa 8 mm, tagliare via i 4 bordi esterni.
Tagliare delle strisce di circa 3 cm, allungatele con un mattarello, arrotolatele e sistematele negli stampini imburrati.

Coprite con la pellicola e lasciate triplicare
Pennellate con albume e infornate a 190° fino a cottura (15/20 minuti)


“Evaporato in una nuvola rossa 
in una delle molte feritoie della notte 
con un bisogno d’attenzione e d’amore troppo”
“Potevo attraversare litri e litri di corallo 
 per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci”

CI VEDIAMO DOPO LONDRA! 
BACI 

Questo è il nostro tempo: Hummus di ceci

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“Hi guys! What do you think about a dinner for next Sunday? I can’t wait to see you again!! Pls say YES!”
A big YES for me! I miss you. Last time that i saw you was 6 months ago..it’s too time!” mi ha risposto Iman
Oh my dear, i miss you so much… i think about you alot! Sure, yes…it would be great to meet again” subito dopo ha risposto Anahita.

Amici. Amici. Amici pochi, ma quelli giusti. Quelli che ti scelgono, che fanno tutto loro. Arrivano nella tua vita, ti amano, e non sai perché. Non so come accade, ma mi sembra sempre un meraviglioso miracolo quando mi sento amata. Una cosa che non do per scontata, ecco. 
Anahita la prima volta che la vedo è dentro la prima casa condivisa . Il primo giorno che entro, lei fuori dalla sua stanza, un pò timida, prova a chiedermi “Ma che ore sono, non capisco!“. La sera prima era cambiata l’ora legale e lei non capiva. Ha provato a chiedermelo a modo suo: una Iraniana da poco trasferita in Italia, ancora spaesata e che non parla la mia lingua, ma solo l’inglese. 
Le rispondo, le spiego la faccenda dell’ora avanti-l’ora indietro, e così iniziamo, così parte la nostra pellicola. Ciak, si gira. L’amicizia che ha cambiato parte della mia vita. 
Solo due mesi in casa insieme, con orari diversi, abitudini diverse, una lingua diversa. Eppure una sera ci troviamo alla stessa tavola a mangiare, e timidamente iniziamo a parlare. Timidezza che dura tre secondi, perché in un attimo ci troviamo a parlare delle similitudini dei nostri Paesi, così diversi eppure così simili. Ci interrompiamo, ci sovrapponiamo per troppa fretta di parlarci. Se non ci viene in mente come dire una parola, ne inventiamo un’altra, ma giuro troviamo il modo di capirci. 
Sarebbe così bello fare un viaggio in Iran insieme, la buttiamo lì. Quelle cose che si dicono e in cuor tuo pensi di non poter realizzare…nel frattempo si fa qualcosa insieme, la porto a casa dei miei per un giorno di festa. Dai miei gli amici si accolgono come persone di casa. Mio padre riesce a farla ridere anche senza parlare l’inglese (solo lui può farlo). Poi lei poco dopo se ne va, si trasferisce in un’altra zona della città. Salutarsi è difficile. E’ gennaio appena nato, fa freddo ed è buio. L’accompagno all’autobus con la sua valigia troppo grande. Parliamo distraendoci dal freddo e dalla tristezza. Quando vedo l’autobus mi si appannano gli occhi. Come facciamo in cinque secondi ad abbracciarci come se fosse un’ora? Non lo so. Ma so che dopo, dal vetro, lei mi fa segno di non piangere, passandosi l’indice in verticale sotto l’occhio. 
Ma il nostro film non è finito. 
Un anno dopo sto aspettando con ansia il visto dall’ambasciata, a febbraio si parte. Il visto tarda ad arrivare, mi innervosisco, ho paura di non partire. Telefono, sbraito, non mi riconosco. Poi improvvisamente il visto arriva, e solo lì tutto mi sembra vero. Adesso ho paura di partire. Solo adesso ho paura. Ma partiamo. Anahita è in ritardo, prende tutto con comodo…arriviamo all’imbarco che la signorina ci vede correre da lontano, ci guarda notevolmente infastidita e quasi grida “De Filio e Sepheri?” SIIII “Stanno aspettando voi per partire, sbrigatevi” ci dice linciandoci con lo sguardo (se avesse potuto c’avrebbe prese a schiaffi, ne sono certa). Corriamo, corriamo, siamo sopra. Ci chiudono i portelli alle spalle, adesso non si torna indietro. Un viaggio traversata con scalo a Istanbul di notte (ancora la mia Istanbul, ancora una volta…un giorno vi racconterò). Ci buttiamo su delle sedie, guardando fuori da infinite vetrate: nevica. Nevica forte. Quando saliamo in aereo di nuovo, qualcuno con un automezzo viene a buttare una schiuma sulle ali per togliere la neve. Buio e neve. Buio e neve. Si decolla. Ore piene, frenesia. Finché, quasi l’alba, vediamo una città sconfinata brillarci sotto i piedi, e Anahita urla, caccia un lamento felice e straziante di chi si ricongiunge alla sua terra dopo tanta attesa. Grida “So, this is Tehran! This is Tehran Miché!” eccitata, contenta, ansiosa, sveglia tutti. Non si contiene, non la contieni. Mi veste col velo, mi chiede di starle sempre vicino. Corriamo dentro l’aeroporto, devo star dietro alla sua foga di uscire. Siamo due ragazze improbabili che corrono con una valigia dietro. Siamo la nostra storia che prende forma.
Tutto il resto è storia. La storia di un viaggio che mi ha cambiato la vita e la storia di tutte le amicizie che ho stretto che non potrò mai dimenticare. E Iman, un dolce ragazzo che fa il volo di rientro con me. Anahita rimane ancora un mese. Mi consegna ad un tassista in piena notte e mi spedisce in aeroporto che dista un’ora da casa sua.  Sono sola in un Paese lontano, sono sola eppure non mi sento sola. Ho tutto con me. Ho pensieri da mettere in ordine, una valigia già piena di ricordi, il cuore che batte un ritmo doppio. Il tassista mi scorta in aeroporto e mi lascia nel punto dove mi prenderà Iman, che volerà con me, che si addormenterà sulla mia spalla in un viaggio infinito e stancante che io trascorro vigile con la musica nelle orecchie. Non dormo da oltre 24 ore, ma non cedo. A Fiumicino sembro una profuga. Non so più chi sono.
E poi qui a Roma le cene insieme per ritrovarci, per condividere la tavola. Non riesco ad aspettarli in casa, gli corro incontro sulle scale, ci abbracciamo stretti come viene, con quella fretta di ricongiungimento che ci da solo l’amore.
Mi raccontano di come sia difficile vivere lontani dal proprio Paese, di come si debba combattere con una sensazione di solitudine ogni giorno. “Nella tua casa mi sento come a casa mia, dimentico per un pò la mia solitudine“, mi dice Iman, non sapendo che mi sta facendo il più bello dei complimenti. Ma poi c’è lo spazio per le risate, per la politica, per la vita vissuta. Pur con la difficoltà della lingua, io e questi ragazzi riusciamo a dire le stesse cose in coro, i nostri pensieri vanno nella stessa direzione. Ritrovarci è un dono meraviglioso, sembra di non esserci salutati mai. Ogni volta faccio assaggiar loro qualcosa di nuovo preparato con le mie mani, come hanno fatto loro con me in Iran. E’ un piacere cucinare per questi ragazzi che assaggiano e mangiano tutto.
Mentre impiatto la pasta, stavolta, Anahita aspetta ch’io le passi il piatto per aiutarmi, dice qualcosa in persiano ad Iman e io come sempre la sgrido, chiedendole di tradurre quando si dicono qualcosa tra loro. “Tutto quello che fai è bello, raffinato“. Usa la parola با سلیقه, che si legge Ba Saligheh, elegante appunto…e poi stiamo tre ore con loro che mi insegnano a pronunciare la gh come la pronunciano loro e ridiamo come matti. Anahita è l’unica persona al mondo che conosco che ride più forte di me, ogni tanto devo dirle di fare piano ché mi fa cacciare dal palazzo 😀
Quando ci salutiamo, Ana mi ferma, mi dice devo dirti delle cose prima di andare. E inizia ad elencare. La prima che mi dice è che io sono la sua casa, e che nel suo cuore ho un posto riservato molto speciale
Iman mi ringrazia infinite volte, non la smette più di dire grazie. Ce li ho entrambi davanti, allungo le mani e accarezzo le loro guance in un gesto involontario, dico “This is our time, questo è il nostro tempo. Dobbiamo prenderlo finché ce n’è, perché non ne avremo un altro“.

Enjoy Iran – le mie fotografie

Ingredienti:

Ceci secchi
Olio
Sale
Rosmarino
Aglio
Semi di sesamo

Procedimento:

Le sera prima risciacquate i ceci e metteteli in ammollo
Il giorno dopo scolate i ceci e metteteli a bollire in abbondante acqua per circa 2 ore, legando in una retina del rosmarino e dell’aglio per dare aroma.
Dopo la cottura dei ceci, scaldate in una padellina dell’olio extra vergine e dell’aglio. 
In un’altra padellina tostate semi di sesamo a piacimento
Togliete l’aglio dall’olio, quindi unite l’olio ai ceci e frullate tutto
Salate, unite i semi di sesamo tostati e il gioco è fatto!